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Conservare il paesaggio

di Luisa Bonesio* - 21/03/2006

Fonte: geofilosofia.it

 

1. Mantenere e tutelare

La questione della "conservazione" è un problema cruciale e ineludibile, e insieme, come un tema e un termine difficili da pensare e da argomentare, per l’immediata - quanto spesso irriflessa e pregiudiziale - diffidenza che suscitano. Eppure, dovrebbe essere intuitivo che la "conservazione" è un aspetto non secondario in qualsiasi riflessione che voglia comprendere la realtà del paesaggio al di là del mero studio delle poetiche del passato: alla "conservazione" e alla tutela dei beni culturali, ma anche ambientali, sono dedicati corsi di studio e di specializzazione universitaria, specifiche istituzioni, saperi e tecnologie. Sembrerebbe dunque ovvio che l’elaborazione di un pensiero del paesaggio (o del territorio) come identità singolare dei luoghi non possa esimersi dal porsi la questione e interrogarsi sul valore della conservazione, e che il dibattito sulla conservazione, presente e vivo in ambito architettonico e storico-artistico, debba essere affrontato anche dal punto di vista filosofico ed estetico, e possibilmente geofilosofico.

Di fronte al paesaggio di Orte scempiato dal disordine e dalla sciattezza delle nuove edificazioni, Pierpaolo Pasolini poteva legittimamente mostrare come il degrado estetico andasse congiunto a una decadenza civile e sociale. Del pari, Cesare Brandi, già negli anni Sessanta, denunciava aspramente l’inizio del disastro civile e ambientale che si stava prefigurando per l’Italia proiettata nella logica del boom economico, nell’incomprensione per il valore di irrepetibile identità del paesaggio italiano, del suo essere non un generico pittoresco, "ma un pittoresco storicizzato, assurto a fisionomia stessa del paese", rivendicando un’attiva difesa e sostegno all’agricoltura, di contro all’industrializzazione più irresponsabile, come la forma più efficace di salvaguardia della facies dei paesaggi storici. Analogamente, tutto il mondo ha stigmatizzato il vandalico abbattimento del ponte di Mostar, simbolo e realtà della cultura bosniaca: la sua distruzione faceva parte della volontà di annullare la specificità della cultura (evidentemente non solo estetica) che lo aveva costruito e conservato come segno e parte irrinunciabile del proprio essere. Analogamente, quando i Taliban hanno fatto saltare in aria le colossali statue del Buddha di Bamiyan, l’opinione pubblica ha correttamente compreso che, oltre l’iconoclasmo islamico, era stata determinante una volontà di umiliazione e annichilimento di un’altra millenaria tradizione. Però, oggi, se si pone l’accento sull’inscindibilità della manifestazione estetica di un paesaggio dalla sua realtà culturale, dalle modalità dell’abitare che in quel luogo si realizzano (dunque delle scelte economiche, ecologiche, sociali, sacrali, ecc.), mostrando come lo scempio paesaggistico e la dissipazione del patrimonio storico e architettonico non sia una deplorevole svista causata dalla priorità di questioni ineludibili (l’economia, il mercato, la modernizzazione), ma discenda necessariamente dal modello culturale della modernizzazione e dall’indiscriminata apertura a modelli globalizzanti, immediatamente si è sospettati di "conservatorismo".
Nella letteratura degli esperti di conservazione dei beni monumentali e architettonici, invece, è abbastanza normale esprimere allarme e indignazione per la distruzione accelerata portata dalla "ruspa del moderno":

"Che si tratti di uno sventramento per celebrare qualche aquila reale alla conquista del mondo o di una radicale pianificazione urbana in nome di qualche marchio alla conquista del mercato, su un punto convergono le eredità depositate nell’immaginario collettivo dalla modernizzazione affannata e dall’autoritarismo barbarico: la dissoluzione del tessuto tradizionale, l’umiliazione del valore civico, la distruzione del bene culturale".

Ma anche nei più autorevoli urbanisti, negli ultimi anni, forse anche a motivo della presenza di un clima di pensiero geofilosofico, ricorre l’affermazione della improrogabile necessità di mutare i paradigmi della pianificazione, i suoi obiettivi, ritmi, strumentazioni tecniche e concettuali: la necessità di conservare, ripristinare, ma anche di demolire e de-costruire, riconoscendoli come aberrazioni dannose, molte costruzioni (residenziali, ma anche infrastrutture) realizzate nei decenni scorsi in nome del modernismo e della modernizzazione. Nel contesto tardomoderno in cui giungono al più alto livello la crisi e l’insostenibilità di un modello di sviluppo basato sul dogma di una crescita illimitata, e dunque sulla riduzione del territorio a estensione indifferentemente manomettibile dalla tecnica e da criteri di economicità dettati dalla globalizzazione, si impone con urgenza la questione della distruzione irreversibile di quel patrimonio che sono i luoghi, una volta che vengano interpretati come meri depositi di risorse. Il territorio, in quanto realtà naturale e ambientale, ha proprie regole di conservazione e riproduzione (di lunga durata), le quali, se vengono ignorate, portano al dissesto e alla distruzione. I luoghi sono sempre dotati di una propria "individualità" (che il geografo Vidal De La Blache chiamava la "personalità") che costituisce propriamente la loro facies culturale, il loro essere "paesaggio" prodotto da comunità che ne rispettano la legge singolare di configurazione e mantenimento. Se i luoghi si mantengono nella propria differenzialità singolare grazie a continui atti territorializzanti - cioè a comportamenti e scelte che conservano e incrementano il "senso" della loro specificità, la questione della "conservazione" non può che assumere un ruolo centrale.


In altri termini, un luogo è tale solo se le sue "invarianti strutturali" sono mantenute: se "i caratteri fondativi delle identità dei luoghi", ossia gli elementi che strutturano il territorio, sono riconosciuti nella loro natura di "patrimonio territoriale" durevole. Secondo Magnaghi devono essere questi "caratteri identitari", che costituiscono il "valore di un luogo", a dettare "direttive, prescrizioni, azioni per la tutela e la valorizzazione secondo obiettivi prestazionali riferiti alla sostenibilità dello sviluppo, dal momento che è la permanenza e la durevolezza di tali caratteri a costituire l’indicatore principale della sostenibilità". Non si tratta di pensare secondo gli schemi di interventi meramente conservativo-vincolistici, e quindi prevalentemente a posteriori, a partire da una logica che, riconoscendo l’ineluttabilità del degrado, si limita a preservare artificialmente tracce e testimonianze di un essere diversamente che si attribuisce a un passato non recuperabile se non in forma documentaria, bensì di porre le basi per una "riterritorializzazione", una sempre ulteriore valorizzazione dei luoghi che non si limiti alla loro fissazione museale o turistica, ma rifiuti di considerarli come semplici "risorse" in un orizzonte esclusivamente economicistico.

È evidente come non possa sussistere paesaggio senza trasmissione di sapere, cultura e stile specifico del territorio (inteso come il risultato di atti coerenti, anche se distribuiti in un arco temporale magari molto lungo, di territorializzazione): senza tradizione. Ma la tradizione, diversamente dall’accezione imbalsamatoria ed eternizzante in cui per lo più suona il termine, è un processo dinamico di selezione, valorizzazione, adattamento del "patrimonio" che costituisce una cultura nella sua differenzialità, sia pure nel mantenimento della riconoscibilità delle sue "matrici formali" nell’incessante adattamento e trasformazione della realtà territoriale: esse devono poter costituire il più a lungo possibile il terreno comune e il criterio fondamentale di ogni progetto che riguardi quel luogo:

"Ogni ciclo di territorializzazione, riorganizzando e trasformando il territorio, accumula e deposita una propria sapienza ambientale, che arricchisce la conoscenza delle regole genetiche, contribuendo alla conservazione e alla riproduzione dell’identità territoriale attraverso le trasformazioni (distruttive e ricostruttive) indotte dalla peculiarità culturale del proprio progetto di insediamento".

Accenti non molto diversi risuonano in un altro celebre urbanista, difficilmente tacciabile di essere "nostalgico" o "conservatore", Pier Luigi Cervellati, il sottotitolo del cui libro suona: "Una ‘modesta proposta’ per non perdere la nostra identità storica e culturale e per rendere più vivibili le nostre città". In un certo senso, il testo è una presa d’atto dei molti errori di valutazione compiuti dall’architettura e dall’urbanistica moderniste e progressiste e degli scempi ambientali e urbani che ne sono derivati. La tesi forte di Cervellati è che non si devono costruire nuove città e grandi opere infrastrutturali, bensì "ripristinare" le forme del territorio precedenti alla barbarizzazione modernista e industrialista, percorrendo con determinazione la strada della demolizione ogni volta che si renda necessaria. Occorre rinaturalizzare, restaurare l’antica interdipendenza delle città con i loro territori, tornare a pretendere e a realizzare bellezza. Non si tratta soltanto di un restauro/ripristino dei soli "monumenti" o una fossilizzazione di quanto del passato è sopravvissuto all’ondata devastatrice del cosiddetto "sviluppo"; al contrario, è partendo dalla tradizione che diventa possibile progettare per il futuro, ri-fondare la città a partire da un correlativo recupero delle campagne e da un privilegiamento del riuso e della manutenzione delle strutture esistenti: "Il paesaggio non appartiene tanto alla sfera della "creatività", quanto a quella della manutenzione. E del restauro inteso, come l’abbiamo inteso prima, quale restituzione". È un’affermazione molto forte, e forse scomoda, della necessità, in molti casi, di un’emendazione del paesaggio dagli interventi e dagli effetti di progettazioni miopi e devastanti - esteticamente, civilmente, ecologicamente. Dunque, in certi casi, non solo si può, ma si deve concepire il futuro come un ritorno allo statuto intrinseco dei luoghi, "ristabilendo le condizioni originarie dei luoghi deturpati […] Il bosco deve ritornare ad essere un bosco, il prato un prato".


2. Il territorio è conservatore

Se fin dai suoi inizi tardo-ottocenteschi, la tecnica ha ridotto l’orbe a un paesaggio fabbrile e a un immenso, disarmonico cantiere, facendo del dissesto perenne la legge strutturale della sua avanzata,

"occorre tener presente che, se vogliamo riferirci al mondo odierno dell’uomo, cioè a una civiltà per quanto in crisi estesa a tutto il globo e quindi non più estensibile materialmente, ma solo qualitativamente, si tratta di una costruzione a stadio molto avanzato. L’area assegnata definita, occupata prima parzialmente da sporadiche e precarie strutture, poi totalmente da più strutture separate, ma stabili e intensive, ha finito per raggiungere i limiti di sfruttamento".

I rapporti tra aree ad elevata densità e impatto abitativo o industriale devono necessariamente essere controbilanciate da aree vuote o rade, e non è possibile alterare un certo equilibrio sia all’interno del territorio stesso che fra territori diversi: "Negarli è solo futile, velleitario, dispersivo e alla fine destinato all’insuccesso, al rovesciamento con risultati opposti, accendendo un processo depressivo tanto più grave, quanto più grave è la manomissione compiuta".
In questo cantiere che ha estensione tendenzialmente planetaria, ma che esercita una devastante incidenza in luoghi sempre specifici, è giunto il momento di pensare non più in termini di ulteriore espansione e intensificazione dello sfruttamento, ma di riuso, manutenzione, restauro, abbellimento, di periodico riassetto e di correzione di abusi ed eccessi. Non si tratta di opzioni di basso profilo, rinunciatarie, se si pensa che è proprio a causa della perdita di consapevolezza dei limiti intrinseci di ogni costruzione umana (e del contesto che la rende possibile), che la civiltà corre il rischio di autodistruggersi: "La trasformazione della terra da parte dell’uomo, dapprima per lunghissimo tratto irrilevante, è andata accentuandosi man mano che crescevano forze operative della società umana, giunte a condizionare la vita biologica spesso in modo devastatorio autolesivo": ci troviamo su quella linea (o forse l’abbiamo già oltrepassata) in cui la Terra richiede uno sguardo unitario, che non sia solo quello unilaterale e disponente della tecnica o quello, ancor più miope, dell’economia; ma questa consapevolezza globale di aver raggiunto il limite dell’equilibrio deve essere declinata ogni volta nella specificità delle configurazioni territoriali e dei loro peculiari punti di equilibrio e di conservazione.
Ogni tessuto territoriale è un organismo complesso e delicato, non appiattibile a semplice superficie disponibile per qualsiasi manomissione; bensì una plurima sedimentazione di temporalità e intenzionalità funzionali diverse, scale differenti e orientamenti differenziati che non si sovrappongono o si elidono meccanicamente, come strati inerti, ma piuttosto si armonizzano in una vitale integrazione e collaborazione resa possibile dalla presenza articolante e vivificante di una stessa matrice di interpretazione e configurazione spaziale e simbolica. Così nei nostri territori

"convivono e si integrano la centuriazione romana e i grandi percorsi naturali, gli insediamenti locali propri delle età iniziali ribaditi intatti nel Medio Evo e la città comunale, ricalcante quasi costantemente la colonia romana e la polis preromana; il tessuto e la struttura stessa dei campi è un acquisto sostanzialmente mai perduto, sempre ritrovato, perché intrinseco alla natura dei luoghi e all’uso che dei luoghi l’uomo può farne e seguiterà a farne. Questa è la lezione che il tessuto ci dà: ed è, per chi la sa leggere, una alta lezione al tempo stesso di realtà e di umanità".

Quello stadio di nuova consapevolezza civile, che ormai quarant’anni fa invocava Saverio Muratori, sembra incontrare ancora molti ostacoli sul proprio cammino. Eppure solo da una lettura consapevole del territorio locale, nelle sue interconnessioni globali, può essere compresa la straordinaria portata culturale, civile e comunitaria (oltre che ecologica) di un modo nuovo (in realtà tradizionalissimo) di intendere il progetto e la realizzazione architettonica: come un prendersi cura di tutto ciò che concorre alla vita della irripetibile singolarità dei luoghi, nei loro tratti paesistici, tradizionali, memoriali, differenziali, con la spontanea sollecitudine con la quale si cerca di evitare il degrado, l’abbandono, l’imbruttimento, il malfunzionamento della propria dimora.

"Il territorio è una struttura essenzialmente unitaria, concreta, totale e univoca; che tuttavia, appunto perché è insieme unitaria, cioè permanente, e concreta, cioè polivalente, non può che essere stabile e crescente, cioè conservativa e accumulativa; e che appunto per essere insieme totale, cioè molteplice, e univoca, cioè individuale, non può che essere ciclica e asintotica, cioè integrativa e confermativa di se stessa all’infinito".

Se ogni cultura, finché è vivente e consapevole di sé, opera in accordo con il nomos dei luoghi per poter fiorire e mantenersi, la contemporaneità mercantile e speculativa, con una caratteristica miopia, anche in fatto di gusto, finisce con l’interrompere in modo tendenzialmente definitivo il circolo virtuoso territorio-cultura, anche a partire dal profondo misconoscimento dell’idea stessa di "conservazione".
Eppure, "conservare" significa tenere presso di sé (cum-serbare), preservare nella cura, trattenendolo dalla sparizione, ciò che si ha a cuore, dunque con un’intensità che può concernere solo ciò che davvero conta per noi: tutto il contrario dell’accezione freddamente museale, asetticamente imbalsamatoria con la quale per lo più risuona alle nostre orecchie questa parola, e che presuppone un automatico disinteresse e una subitanea dimenticanza per quanto, essendo stato catalogato, può essere abbandonato in un virtuale deposito di memorie da cui sembra poter essere momentaneamente estratto ogni volta che lo si voglia. Una paradossale forma di conservazione, quella della modernità, l’approntare istituzioni che consentano la buona coscienza dell’oblio e della distruzione, siano esse musei o parchi a tema, oppure "riserve" etnografiche di vario tipo, con tanto di "mediatori culturali". Un illusorio trattenere dalla scomparsa definitiva quei mondi che lo stesso Occidente - dentro e fuori di sé - ha incessantemente sfigurato e cancellato; non a causa di un generico processo di inevitabile entropia che dalla perfezione dell’origine porterebbe ineluttabilmente il mondo alla sua fine, a una disintegrazione concepita in termini meccanici o energetici, bensì in una precisa destinalità connessa all’affermazione della cultura dell’illimite faustiano, che ancora oggi, in quasi ogni atto o scelta le nostre società esprimono.
Eppure, solo coloro che ereditano consapevolmente potranno accedere al futuro: come scriveva Nietzsche, l’uomo dell’avvenire è colui il quale è dotato di più lunga memoria; chi, si potrebbe dire, ha le radici più profonde e ramificate, saldamente piantate nel terreno delle sue tradizioni. A differenza di quanto ha pensato la cultura faustiana dell’Occidente, non è andando-via, nel nomadismo senza riferimenti né orizzonti, nella scelta "oceanica" dell’illimitato e immisurabile che si trova la promessa dell’a-venire, bensì in una rinnovata consapevolezza del proprio orizzonte nella sua ineliminabile embricazione con gli altri orizzonti, accessibili uno alla volta, nella propria specificità: non quindi nella "grande discarica" dell’omologazione, nel mercato dove si trovano i detriti e le caricature di tutte le culture del mondo, e nemmeno in quella "santificazione delle scorie" in-differente che, con gesto uguale e contrario alla generalizzazione della distruzione e dell’indefinita riproducibilità, eleva a "bene culturale" (dunque meritevole della conservazione istituzionale) ogni oggetto che appaia "originale":

"Il bene culturale mette sullo stesso piano la roncola contadina, l’affresco rinascimentale, la basilica paleocristiana, il tetto a falda di una baita alpina e il sanitario avanguardistico, facendo diventare tutti i prodotti degli originali storico-artistici e tutti noi protagonisti a pari merito nell’immaginario Olimpo democratico".

 

Questa moda (in realtà declinazione del consumismo e della ricerca di genealogie surrogatorie) o retorica dell’originale non ha niente a che fare con una reale attenzione al significato della tradizione che si incarnava nel modo d’essere dei territori, e che oggi ci è diventato per lo più inintelligibile. Anzi, questa musealizzazione entrata a far parte dei comportamenti di massa e che trova ampie ricadute a livello di iniziative e sistituzioni rischia di essere la più subdola antitesi di un’idea di "conservazione" dell’identità culturale di un luogo:

"Si continua, ovviamente, a distruggere il paesaggio e a compromettere l’ambiente, si insiste nel saccheggio di ogni fonte di ricchezza. Però, al contempo, la retorica dell’identità sociale ha sposato la memoria discilpinare, che porta a trasformare ogni fotocopia del sé espressivo nell’originale del chissaché significativo".

L’affermazione della necessità di riconoscere ed elaborare uno "statuto dei luoghi", da parte degli urbanisti, significa il riconoscimento della necessità di mantenere "l’identità culturale del territorio", a partire dall’individuazione di matrici formali che si rivelano nella configurazione temporale:

" "Struttura storica" significa individuare quel processo - evolutivo o involutivo - che ha conformato l’attuale assetto del territorio urbano. C’è, indubbiamente, la città storica con tutti i suoi prolungamenti extra moenia. Ma c’è anche il territorio. La campagna intesa quale manufatto o artefatto che presenta le stesse caratteristiche (o problematiche) riscontrabili nel centro storico".

Leggere il tessuto storico, la conformazione territoriale sottostante all’aspetto estetico, è il passo preliminare a qualsiasi operazione di pianificazione o intervento:

"Le strutture storiche sono il riferimento per guidare i progetti di assetto urbano e territoriale, per ripristinare l’antico rapporto della città con il suo territorio. Si pensi alla possibilità di valorizzare, con il ripristino delle alberature, il formarsi di percorsi che consentano di riscoprire la magnificenza del paesaggio. Lo storico sistema dei canali, dei boschi e dei prati - ma anche dei campi - quali strumenti organizzativi del territorio, può configurarsi quale monumento del paesaggio per riqualificare gli stessi progetti di eventuali e sempre più inadeguati completamenti edilizi".

Se è forse corretto dubitare dell’ideologia che proietta in un intatto passato l’ideale della perfezione, nondimeno, come scriveva un filosofo certo non sospettabile di passatismo,

"fintanto che il progresso deformato dall’utilitarismo violenta la superficie della terra, non si lascia completamente tacitare, nonostante tutte le dimostrazioni in contrario, la sensazione che ciò che è al di qua della tendenza di sviluppo e anteriore ad essa è, nella sua arretratezza, più umano e migliore".

È quel che Adorno chiama, significativamente, "un momento di diritto correttivo", che, sospendendo l’adesione al culto del "progresso", consente di gettare uno sguardo distaccato e consapevole sulla distruttività dell’epoca. Liquidare semplicemente il retaggio del passato perché la sua conservazione sarebbe reazionaria o patetica di fronte alle adulte ragioni dell’economico, è nichilistico e autolesionistico. Non è possibile l’abitare in un mondo accettabile senza continuità di forme e tradizioni, né, tantomeno, pensare che esso possa possedere significati estetici, che non siano cosmetizzazione commerciale, in assenza di consapevolezza culturale: "senza memoria storica non ci sarebbe alcuna bellezza", e al massimo la natura può essere "parco naturale e alibi".

Per farlo, è necessario arrivare a considerare l’"architettura" propria (appropriata) di un luogo, ossia quella di chi, abitandovi da tempi immemorabili ne ha distillato una sapienza estetica consequenziale e un’avvedutezza nell’uso e nel mantenimento delle risorse, anche simboliche e immateriali. "Ma se […] alla gioia che ci dà ogni vecchio muricciolo, ogni casamento medievale è mescolata una cattiva coscienza, nondimeno quella gioia sopravvive alla scoperta che la rende sospetta": quasi un senso di sollievo per ciò che ancora non è andato distrutto, ossia lo stile di costruzione proprio del luogo, che anche in frammenti diruti, ne reca l’inconfondibile impronta; non tanto in quanto autoctono e "originale", ma in quanto modello che con una relativa stabilità, con il suo ben definito repertorio di varianti regionali, è potuto essere il linguaggio costruttivo e abitativo di tutta una cultura oppure di territori molto vasti accomunati da medesime caratteristiche geografiche e culturali. Il bel paesaggio possiede un "senso di rappresentanza e di comunicazione socioculturale […] Una bellezza non tanto intesa come espressione di valori estetici (paesaggistici o architettonnici), quanto etici (con i quali si misura la qualità e l’identità di un insediamento".

È un compito preliminare ma fondamentale, prioritario e decisivo rispetto a qualsiasi azione che, in mancanza di esso, rimarrebbe cieca o controproducente: occorrono nuovi strumenti interpretativi e nuovi pensieri, molto più che immagini rassicuranti mutuate da un passato nobile, ma inevitabilmente tramontato in quella forma.


3. Paesaggi e comunità

L’esigenza della conservazione viene dunque affermata dagli urbanisti, consapevoli delle proprie responsabilità passate, con un vigore forse spiazzante per gli studiosi di estetica: "Mantenere ciò che resta ancora integro, restaurare e ripristinare ciò che è stato alterato, ristabilendo le condizioni originarie dei luoghi deturpati, dovrebbe essere la nostra legge". Se non c’è dubbio che la tutela del paesaggio non può limitarsi a pensare in termini di protezione e conservazione, ma si deve dotare di una "componente progettuale", le condizioni attuali del pianeta a livello ecologico e dei singoli territori a livello culturale nondimeno richiedono essenzialmente e prioritariamente progetti in cui l’aspetto del ripristino e della conservazione intelligente e dinamica sia strutturante rispetto ad altri (soprattutto alla sola valutazione economica immediata). Questa priorità non va intesa esclusivamente sulla base della valorizzazione estetica dei territori: non è sufficiente "recuperare la capacità di progettare dei mutamenti che sappiano essere anche esteticamente validi, cioè tali da non sfigurare l’identità dei luoghi pur trasformandola ove questo è necessario", perché, come una certa tendenza che si sta affermando insegna, la fissazione dell’"identità estetica" può avvenire anche contestualmente a uno stravolgimento dell’identità culturale e sociale, essendo perfettamente compatibile con un modello globalizzante e omologante di sviluppo: basti pensare ai paesaggi congelati nella propria immagine-cliché e tutelati dal copyright, oppure al caso di antichi insediamenti abbandonati dai loro abitanti, restaurati lussuosamente per diventare residenze turistiche usate per pochissimi giorni da cittadini che certo non si preoccupano di mantenere il territorio. In altri termini, è proprio nell’arrestarsi alla "superficie" estetica che la conservazione diventa conservazionismo museale o turistico, che non solo si limita, nei casi migliori, a fossilizzare una maschera da cui la vita è fuggita, ma avalla e rischia di incrementare la logica fatalistica che al destino della distruzione delle culture e dei paesaggi non ci si può realmente opporre, pena l’accusa di essere "nostalgici", "conservatori" o "romantici".

La questione del paesaggio, se compresa in tutta la sua portata, non può essere limitata al solo problema dell’identità estetica dei luoghi, pena il trovarsi privi di strumenti per comprendere i motivi per cui oggi il paesaggio si trova a repentaglio, come invece si possa affrontare propositivamente la questione, evadendo dalle secche di una vieta e sterile contrapposizione (tutta di marca ideologica) fra "conservatori" e "progressisti", tra "provinciali" e "metropolitani", tra "romantici" e "modernisti". In realtà, sia pur tardivamente, la questione della salvaguardia delle differenzialità culturali e territoriali si sta imponendo, non solo nel dibattito degli esperti, ma anche a livello di alcuni strati dell’opinione pubblica. A livello della riflessione teorica, il problema della tutela e valorizzazione delle specificità culturali, ambientali e paesaggistiche locali non ha niente a che vedere con il "localismo" o il "provincialismo", ma si colloca nell’orizzonte di un ripensamento critico della logica mondializzante della globalizzazione economica e del conseguente livellamento che omologa in un indistinto babelismo di forme, lingue e culture. In altri termini, per pensare il tema della singolarità dei luoghi (cioè di culture sempre situate), occorre tener fermo l’imprescindibile orizzonte di un mondo che la logica tecnoeconomica vorrebbe ridurre ad uno, a un uni-verso in cui le differenze siano annullate o rese inoperanti (appunto, al massimo mantenute allo stato larvale come immagini estetico-turistiche). Sarebbe vano pensare un aspetto senza l’altro. Detto in termini filosofici, occorre mantenere la consapevolezza dell’orizzonte nichilistico del mondo, senza illudersi di potersi rifugiare in qualche riserva o oasi di incontaminata autenticità, oppure in una dimensione estetica nella quale continueremmo, come se nulla fosse, ad avere percezioni e godimenti estetici nei termini di categorie estetiche o di poetiche elaborate due o tre secoli fa.

Oggi, pensare la questione del paesaggio non può che voler dire ripensarne l’emergenza storica e la codificazione (l’"invenzione") estetica, contestualizzandola all’interno di un preciso momento della definizione del modello occidentale di ragione che ne ha informato le caratteristiche (soggettivismo, sentimentalismo, proiettività, ecc.). Ma questo primo passo focalizza soltanto la questione della fruizione soggettiva attraverso varie messe in forma culturali della percezione e del gusto. Oltre la fruizione nello sguardo, c’è il luogo in tutta la sua realtà complessa e sedimentata di creazione e trasformazione culturale di lunga durata, sito di insediamento nel tempo di una comunità con i suoi simboli, le sue tradizioni, ritmi temporali, modalità dell’abitare e del coltivare, dell’aver cura e dell’abbellire, del dissipare e del tramandare: una realtà per cogliere la quale il solo registro estetico è troppo indeterminato e troppo incentrato sul polo del soggetto contemplante.

D’altra parte, se si assumesse coerentemente il punto di vista della fruizione estetica, non si vede perché non si dovrebbe, in buona coscienza, rivendicare una conservazione drastica di valori estetici che, anche se codificati a livello di gusto prevalentemente in epoca romantica, sembrano suscitare ancor oggi una condivisione quasi universale, molto probabilmente perché trasferiti e fissati nel cliché turistico-consumistico. Mentre in altri ambiti dell’estetico i gusti sono fortemente mutati, nel caso della percezione del paesaggio e della natura l’apprezzamento difficilmente si rivolgerà programmaticamente - se non per un’estremizzazione ideologica che purtroppo si è data nei decenni scorsi - a situazioni di degrado, caoticità, invivibilità. Il fatto è che una simile rivendicazione estetica sarebbe immediatamente censurata come antistorica, un lusso estetizzante e aristocratico a fronte delle imprescindibili necessità "oggettive" dello sviluppo, del benessere, dell’emancipazione, ecc.; apparirebbe come una pretesa museale a fronte dell’infinita e incessante dinamica di trasformazione (accelerata) del mondo messo al lavoro dalla tecnica e dall’economia: "Il paradigma del museo è falsante se viene esteso a ogni identità paesaggistica: il paesaggio non è e non può essere un museo, già solo per il fatto che un paesaggio, per essere veramente tale, deve essere un paesaggio vivo, che evolve con la storia".


Occorre allora domandarsi come far sì che un paesaggio "evolva" (termine che contiene una ben precisa presupposizione di che cosa sia, come e dove vada la "storia") e al contempo mantenga la propria identità estetica. La questione sta essenzialmente nel modo di concepirne l’identità. Se si tratta semplicemente dell’aspetto che un luogo può assumere, indifferentemente rispetto alla sua storia, tradizione, configurazione morfologica, in modo intercambiabile, a seconda delle mode e degli interessi economici, è possibile che sia dia una caratterizzazione estetica, magari forte, di un luogo, anche in assenza di un’identità culturale riconoscibile: basti pensare a molti centri delle Alpi italiane o delle campagne, venute di moda con la valorizzazione dei prodotti agricoli e gastronomici. In questi casi la conservazione o la mimesi di moduli estetici e architettonici del passato può anche produrre un’impronta estetica di buon effetto, gradevole, tale da identificare in modo preferenziale un luogo, senza che a tutto ciò corrisponda alcuna profondità storica e culturale o sia espressione dell’interazione creativa e solidale di una comunità con il territorio. Si potrebbe dire che si è di fronte alla mera messa in scena di un’identità estetica che, in assenza delle condizioni culturali che l’avevano realizzata in altri tempi, è completamente fittizia, una semplice immagine di consumo, questa sì vera mitologia del "locale" che, in quanto tale, non può che essere l’illusione di un ritorno al buon tempo andato, sempre a portata di mano, mentre il mondo prosegue nel suo forsennato degrado (o nella sua auspicabile modernizzazione).

Se invece l’identità del paesaggio è pensata come quella realizzata dalla continuità coerente di atti territorializzanti, espressione armonica del peculiare stile di insediamento (e dunque di interazione con la natura) di una cultura (non necessariamente autoctona!), anche la qualità estetica non potrà essere scissa, come un’efflorescenza senza radici, dall’identità culturale. Il che questo non significa in alcun modo fissità difensiva, chiusura automonumentalizzante, municipalismo etnicistico; piuttosto si tratta di riconoscibilità nell’incessante trasformazione, che a buon diritto si può servire dell’idea fisiognomica per alludere alla manifestazione sempre singolare del genius loci, al modo coerente ma sempre rinnovato del mantenersi in accordo con il carattere del luogo che una cultura sceglie di evidenziare. In questa prospettiva "tradizione" e "innovazione" non sono in insanabile contrasto: la continuità dello stile di una cultura (e dunque del suo modo di produrre-conservare paesaggio) si realizza attraverso innumerevoli atti di trasformazione, adattamento, riassetto; è quella "normale" dinamica nella quale una cultura si perpetua, sintetizzata efficacemente nell’espressione di Cervellati "la tradizione è un’innovazione riuscita".

Si pone insomma il problema dell’elaborazione e del riconoscimento del paesaggio come spazio simbolico della comunità insediata. È una questione che inevitabilmente si sono posti anche gli urbanisti, proprio in relazione alla progettazione di forme di territorializzazione che non si limitino a una mera imbalsamazione dell’esistente o, per converso, alla nichilistica rassegnazione all’omologazione azzerante. Se il paesaggio è la creazione di un’intera cultura, di un intero popolo, la sua perpetuazione e incremento è correlativa a ciò che, per esempio, Magnaghi chiama "la ricostruzione della comunità". "La comunità che sostiene se stessa fa sì che l’ambiente naturale possa sostenerla nella sua azione"; ciò vuol dire che il primo requisito per mantenere la peculiarità di un paesaggio è il non imporre sul luogo logiche economiche esogene ed estranee, modelli e ritmi di sviluppo che non tengono conto delle peculiarità locali. Dal momento che "sviluppo locale" e "localismo" non sono necessariamente sinonimi, occorre evitare di precipitarsi a un’indebita e generalizzata stigmatizzazione ideologica.

In realtà, il paesaggio è sempre l’indice del grado di realizzazione di una comunità della cultura con il luogo naturale e le sue possibilità. Da questo punto di vista, occorrerebbe estendere l’idea di comunità per allargarla a quel complesso vivente che è la "natura" di un luogo, ma anche a tutte quelle forme di presenza materiale (architetture, opere di coltivazione, ecc.) e spirituale (tradizioni, saperi locali, ritualità, simboli) delle generazioni precedenti sedimentate in un luogo, non meno che ai venturi, nei confronti dei quali terra e culture dovrebbero essere normalmente pensate come un patrimonio da trasmettere nella sua integrità. In simile prospettiva, che ricomprende nella propria considerazione termini concepiti di solito come eterogenei (con uno squilibrio tutto a favore dell’iniziativa presente e puntuale e una trascuratezza - spesso vera e propria ignoranza - delle ragioni del passato, sia pure inscritte in ogni pietra o campo del paesaggio, nonché delle ripercussioni sul futuro), l’identità si trova ad essere pensabile come quella di una comunità di paesaggio; dunque ogni considerazione volta a salvaguardare le "invarianti strutturali" o la matrice formale di un luogo, attivando direttive, progetti, misure di tutela e di valorizzazione, dovrà riconoscerne "i caratteri identitari" costituenti il carattere singolare e insostituibile di un luogo, non arrestandosi a semplici criteri di sostenibilità ambientale.

Nel paesaggio è in gioco la sostenibilità ecologica e culturale della comunità allargata che in esso si realizza nel specifico "stile" che lo caratterizza in quanto singolarità. In questo senso, se di paesaggi si dovrebbe parlare solo al plurale, per sottolinearne la molteplice singolarità, questo comporta che la considerazione di un paesaggio sia ogni volta necessariamente incentrata sul suo carattere "locale", ossia specificamente individuato in un territorio, e in precise coordinate storiche e temporali: il che significa che ogni paesaggio "ha luogo" in precise coordinate e caratterizzazioni (naturali e stilistiche) spazio-temporali. Quando questo non accade più, al paesaggio è subentrata la delocalizzazione e detemporalizzazione indotta dall’adozione di "matrici formali" uniformanti (quindi sradicanti), che indubbiamente scardinano l’ordinamento simbolico, spirituale e spaziale del territorio in quanto creazione storica dotata di una sua riconoscibile identità formale, o detto sinteticamente, di una sua inconfondibile fisionomia.

D’altra parte, il tempo del paesaggio non è quello che l’accelerazione tecnica impone a tutti le culture e i luoghi del mondo, stravolgendoli: è una temporalità di lunga durata (quella del territorio come sistema vivente naturale) il cui corretto riconoscimento consente durata anche all’umano che si armonizza con esso. Dove le regole naturali non sono rispettate, i cosiddetti "dissesti" si ripercuotono innanzitutto sul paesaggio e lo spazio umano. Produzione di paesaggio (mantenimento e incremento del suo valore) non può darsi in assenza di consapevolezza e responsabilità ambientale, anche se questa, da sola, non è sufficiente a mantenere l’identità del paesaggio-comunità.

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*Lezione nell'ambito della summer school
Università di Bologna sulla "Morte del paesaggio", giugno 2002