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Afghanistan: l’impegno italiano su procura Usa , lo stallo militare e le vere ragioni del conflitto

di Federico Dal Cortivo - 19/05/2010

Fonte: italiasociale


Chi credeva che l’aggressione americana all’Afganistan sarebbe stata una semplice passeggiata, fatta solo di bombardamenti a tappeto, ora comincia a ricredersi.
Così come fu impossibile il controllo del territorio afgano da parte delle truppe sovietiche anni fa , così lo è oggi altrettanto per gli statunitensi e i loro alleati , nonostante dispongano sulla carta di un arsenale inesauribile. L’Italia purtroppo è in Afghanistan solo ed esclusivamente per tutelare gli interessi delle grandi Corporation angloamericane, e il comando delle operazioni militari è saldamente in mano statunitense e britannica. Suonano ridicole le affermazioni del ministro della difesa La Russa che indica nella lotta al “terrorismo” il motivo della presenza italiana nel Vicino Oriente, è lo stesso leitmotiv che Washington ripetete ossessivamente dall’11 settembre 2001 e quello che il “padrone” ordina, il suddito deve fare. Per l’Italia si tratta di uno sforzo economico non trascurabile, dove uomini e mezzi delle nostre forze armate vengono logorati giorno per giorno, togliendo ulteriori fondi al già magro bilancio della Difesa. In Italia, è bene precisarlo, la Difesa è sempre stata la cenerentola dei vari ministeri, mentre sprechi di ogni tipo avvenivano ed avvengono tuttora in altri settori dello Stato, per i militari si è sempre andati al risparmio: pochi mezzi- pochi aerei-equipaggiamenti non sempre all’altezza dei compiti operativi-armamenti vetusti- bassi stipendi,caratteristiche queste che hanno riguardato le forze armate quando vi era la coscrizione obbligatoria. Poi si è passati all’esercito di professionisti, e qui ci sarebbe aspettato di vedere il salto di qualità, che forse in alcuni settori c’è stato,ma quel poco che è stato fatto viene risucchiati ogni giorno nelle varie ed inutili ,per gli interessi nazionali ,missioni all’estero.
In Afghanistan l’Italia si trova impantanata in una guerra di guerriglia di vaste proporzioni, di cui nemmeno i principali attori sulla scena,vedono la fine a breve termine, se non in una rovinosa ritirata stile Viet Nam.Ma mentre loro hanno l’esatta percezione del perché combattono, ai cosiddetti alleati come l’Italia, viene solo detto d’inviare sempre più uomini e mezzi, come si addice a delle truppe coloniali.


LE OPERAZIONI MILITARI DAL RECENTE PASSATO AD OGGI

Era il 26 dicembre 1979, quando Mosca decise d’intervenire militarmente a sostegno del regime comunista di Kabul, che dal 1978, anno del colpo di stato ad opera del Fronte della Sinistra, governava il Paese. L’ indecisione fu maturata per il timore dei russi che una crisi interna all’Afganistan, potesse portare quest’ultimo nell’orbita islamica, contagiando così le repubbliche musulmane dell’Impero Sovietico. L’invasione ebbe come effetto di presentare alla popolazione afgana, il regime di Babrak Karmal, come il vassallo ubbidiente di Mosca, scatenando in breve la reazione popolare e religiosa. A nulla valsero l’impiego di armi d’ogni genere impiegate dagli oltre 120.000 soldati russi dislocati in territorio afgano. La resistenza combatté senza sosta tra le impervie montagne di un territorio, che già nel secolo precedente aveva visto la disfatta delle truppe britanniche.
I mujaheddin subiscono ingentissime perdite nel corso di dieci anni di guerra spietata da ambo le parti, si parla di circa un milione di morti tra le loro fila, mentre per i sovietici cadono almeno 50 mila uomini, ma alla fine anche Mosca conosce il suo Viet Nam ed il 5 febbraio 1989 gli ultimi reparti dell’Armata Rossa lasciano il suolo afgano.
La storia oggi sembra ripetersi, anche perché gli americani forti delle vittorie riportate nelle due recenti guerre d’aggressione, contro l’Iraq( 1991) e contro la Serbia, ottenute senza quasi l’impiego di truppe di terra e con il solo ausilio delle forze aeree, credono di poter ripetere la stessa cosa in Afganistan.
Ma, se all’inizio dell’operazione “ Endurig Freedom”, si credeva che tutto potesse essere risolto con l’impiego massiccio di reparti speciali e dell’aviazione, ora a distanza di tempo le cose sembrano volgere in maniera diversa e non certamente a favore degli Stati Uniti, che controlleranno sì le città, se vogliamo chiamarle così, più importanti, ma certamente non controllano la maggior parte del territorio aspro e montagnoso con vette tra i 4000 e 5000 metri , spesso innevate e ghiacciate.

Sono stati schierati in campo i migliori reparti speciali per cercare di neutralizzare le basi nascoste dei talebani e nel tentativo di trovare Bin Laden, indicato come il “mandante “ dell’attacco alle due torri di New York, … ammesso poi che lo si voglia effettivamente trovare….Così sul terreno operano Berretti Verdi, Rangers del 75° Reggimento, Seals della marina,Sas inglesi ed australiani, ed inoltre paracadutisti del 13° Reggimento Dragoni francesi, Sas neozelandesi ecc.ecc. A ciò vanno aggiunti gli immancabili Marines tutto l’ingente supporto logistico che accompagna le operazioni americane.
In cielo non si è badato al risparmio anche perché la speranza è sempre quella: piegare l’avversario senza doverlo incontrare sul terreno. Bombardieri B52 e B1, cisterne KC10, F18, F15, F16, A10 (il famoso aereo d’attacco al suolo capace con il suo cannone da 35 mm a canne rotanti di sviluppare un potenziale di fuoco impressionante ) ed in più molti elicotteri d’attacco: AH-64A e Cobra-MH 53 e CH 47 trasporto truppe. Cannoniere volanti AC 130 U del 16° Special Operation Wing che possono saturare di proiettili di vario calibro, dal 7,62 al 105mm, aree in cui si concentrano truppe allo scoperto e leggermente protette, come è il caso dei talebani, che non dispongono certamente di truppe corazzate. Che poi siano utilizzati anche proiettili all’uranio impoverito, come nei Balcani o in Somalia, è un particolare trascurabile nel contesto della guerra….
Tutto questo potenziale aereo viene dispiegato per radere al suolo ogni cosa, obiettivi militari e non al fine di distruggere quelle misere infrastrutture che l’Afganistan possedeva e terrorizzare nel contempo la popolazione allo scopo di farla desistere da ogni resistenza e dissuaderla dal dare qualsiasi appoggio ai talebani .

Si è utilizzata anche più volte la terrificante bomba termobarica adatta a colpire obiettivi protetti come bunker e caverne, che distrugge anche tutto l’ossigeno nel suo raggio d’azione, uccidendo così anche per asfissia eventuali sopravvissuti e la “ Daisy cutter” da 7 tonnellate che spazza via ogni cosa nel raggio di 500 metri.
Qualcuno a Washington aveva anche prospettato l’utilizzo di piccole bombe nucleari tattiche per far saltare i rifugi sotterranei dove si pensava fosse nascosto Bin Laden. Già nella guerra del Viet Nam l’opzione nucleare non era stata scartata del tutto e lo stesso presidente Nixon era favorevole al suo impiego contro gli obiettivi nord vietnamiti.
Ma la guerra ipertecnologica alla quale ci hanno abituati gli americani, quella che predilige i bombardamenti terroristici indiscriminati da alta quota, ha lasciato il posto, alla guerra, quella vera, che vede il valore dell’uomo e della fede confrontarsi con altri uomini e altre..fedi…

L’altro punto debole dello schieramento “alleato” è la totale impossibilità di controllare un territorio grande e prevalentemente montagnoso, dove anche pur disponendo di una supremazia aerea totale, è pur sempre necessario scendere a terra e presidiare il territorio. Già esperienze passate hanno dimostrato che il solo impiego dell’aviazione contro una guerriglia ben organizzata, che sappia sfruttare il terreno e la sua conoscenza, diventa pressoché impossibile senza un accurato rastrellamento del terreno ad opera di reparti dell’esercito, cosa che gli americani hanno voluto fino ad oggi evitare e se lo hanno fatto hanno operato stragi d’innocenti e ottenuto ben magri progressi. La cosa gli è riuscita con la Serbia, piegata dai bombardamenti sulle città e sul tessuto industriale della nazione, oltre che ricattata finanziariamente, in Afganistan non vi è quasi nulla da distruggere, non esistono grandi città, non vi sono fabbriche, autostrade, ferrovie, niente di niente. Vi è solo un popolo che da decenni convive con la guerra, come se fosse una cosa naturale e che ha sviluppato tecniche di sopravvivenza impensabili per noi uomini dei Paesi più ricchi della terra. A ciò si deve aggiungere la religione, che da queste parti non è un episodio di folklore o un abitudine, ma viene sentita e vissuta come parte integrante della propria vita.
LE RAGIONI DEL CONFLITTO
Se risibili suonano le giustificazioni del Governo italiano alla partecipazioni al conflitto Afghano, idem si può dire per quelle portate in campo da Usa e Gb : la fantomatica guerra al terrorismo, la ricerca d Osama Bin Laden è solo la cortina nebbiogena stesa per occultare i reali interessi geopolitici ed economici in ballo.
Petrolio e gasdotti , il primo proveniente dall’Asia, dove si sono già insediate le grandi compagnie anglo americane ed i secondi che dovrebbero far affluire l’oro nero attraverso l’Afghanistan, fino ad un terminal posto sulle coste del Pakistan. A questo progetto, che racchiude anche la volontà geopolitica di cingere la Russia di Paesi sotto controllo Usa, l’Amministrazione statunitense lavorava dalla metà degli anni “90.
Johon J. Maresca, vicepresidente all’epoca della potente UNOCAL (http://unocal.com) Corporation, spiegò che bisognava diversificare il flusso della produzione di greggio delle regioni asiatiche ex URSS.Il Mediterraneo e il Mar Nero sono mercati già ben riforniti, l’Unocal invece puntava a oriente, dove si posizionano i giganti economici futuri. L’Asia è in rapida crescita e necessita di abbondante petrolio, visto il suo crescente consumo. Un grande oleodotto lungo 1040 miglia dal Turkmenistan,Uzbekistan, Kazakhstan e Russia, attraverso l’Afghanistan fino al mare in Pakistan, ecco l’idea.
Nel 1995 i Talebani hanno oramai in mano il Paese ed iniziano a entrare nella sfera d’interesse Usa. Loro rappresentanti vengono accolti negli Stati Uniti ed incontrano i dirigenti Unocal nel Texas dell’allora governatore Bush.
Gli è offerta una percentuale pari al 15% dei profitti per il transito dell’oleodotto. Seguono altri viaggi dove si parla sempre di petrolio e oleodotti e gli interlocutori sono uomini del Dipartimento di Stato e della CIA. Per i talebani si muove Sayed Rahmatullah Hascimi, consigliere personale del Mullah Omar.Intano sono state stoppate le indagine che riguardano gli attentati contro le ambasciate Usa in Africa e contro la nave dell’US Navy Cole attaccata nelle acque dello Yemen ad Aden( gli affari sono affari…),per non avere così intoppi nella trattativa con i Talebani. Gli Usa propongono la creazione di un governo di coalizione con all’interno i talebani( questo per meglio influenzarne la politica interna), in cambio di aiuto economici, dell’oleodotto e del riconoscimento internazionale. Quindi Washington si muove come è suo solito fare in questi casi, o si accetta un governo fantoccio ed i solito aiuti disinteressati,ed il controllo pressoché totale dell’economia, oppure vi sarà una risposta militare. Il “volere di Washington “ non ammette vie di mezzo.
Le ultime trattative avvennero 39 giorni prima dell’attacco a New York dell’11 settembre, subito dopo fu lanciata l’operazione “Endurig Freedom” che dura da ben 9 anni, tra poco eguaglierà il conflitto vietnamita per durata. ll resto è cronaca dei nostri giorni.