Gli emo(filiaci)
di Alessio Mannino - 17/11/2011
Fonte: alessiomannino

Fino ad appena dieci o vent’anni fa, le tribù dei giovani erano un’altra cosa. Un rocker mezzo teppista coltivava certe regole mutuate dalla delinquenza di strada e aveva una sua idea dell’onore, dell’amicizia, doveva saper difendersi, in casa aveva i dischi di gente, Chuck Berry, Johnny Cash, Jerry Lee Lewis, che sapeva suonare, non come certe checche anoressiche di oggi che suonano robetta insignificante (l’emo, appunto, nipote degenere del punk che invece sputava dal palco una sana carica rabbiosa). I teddy boys e i bikers, i mods e i capelloni nella Swinging London, gli hippie, i punk, i metallari, gli hardcore, i dark, fino ai neri newyorkesi del rap e dell’hip hop, hanno formulato tutti bene o male un proprio codice di vita. Discutibile e innocuo finchè si vuole, ma ce l’avevano. Oggi cosa c’è, invece, con gli emo? Non c’è ribellione di gruppo, vitale per quanto nichilistica, anti-sociale per quanto effimera. C’è solo l’a-socialità, rimirarsi allo specchio, conciarsi tutti uguali, drogarsi tanto per provare. Con le future donne che si comportano esattamente come i maschi, prive di quel falso, splendido pudore che le metteva al riparo dagli eccessi più pericolosi riservati ai ragazzi. Emofiliaci dell’istinto, senza palle i maschietti, senza femminilità le femmine (e con genitori peggiori di loro). La punta dell’iceberg del vuoto esistenziale di massa. (a.m.)