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Gli Stati Uniti non possono permettersi una guerra

di Salvo Ardizzone - 04/04/2025

Gli Stati Uniti non possono permettersi una guerra

Fonte: Italicum

Gli USA non possono permettersi una guerra; intendiamoci, una guerra seria, con avversari del calibro di Russia o Cina. La perderebbero. È un fatto che gli esperti, quelli veri, sostengono da tempo senza scalfire la granitica narrazione del mainstream secondo cui l’America è onnipotente. Peccato che ora sia stato messo in piazza, certificato ai massimi livelli dell’establishment a Stelle e Strisce.
A sostenere la debolezza USA non è stata solo Tulsi Gabbard; dinanzi al Senato, la direttrice dell’Intelligence nazionale americana ha presentato un impietoso documento sulle condizioni della Difesa statunitense. E ha tra l’altro smentito platealmente molti dei luoghi comuni su cui si basa la politica estera a Stelle e Strisce. Per esempio, la bufala del programma iraniano per dotarsi della “Bomba”, a dire della massima esponente dell’Intelligence inesistente. Ma ancor più interessante, articolata e mirata è stata l’accorata audizione di Elbridge Colby, sottosegretario alla Difesa messo da Trump a capo della strategia del Pentagono. Dinanzi al Senato riunito per ratificare la sua nomina, per tre ore ha spiegato la situazione drammatica in cui versano le Forze Armate americane. Ha concluso sintetizzando così: “Il divario fra le nostre aspirazioni e ciò che possiamo fare in realtà è così ampio che se qualcuno chiama il bluff è la catastrofe”.
Per chi è cresciuto a pane e propaganda dello Zio Sam può essere uno shock ma non si tratta di fantasie filorusse o filocinesi, sono i fatti a parlare, peraltro conosciuti da tempo: in primo luogo, per sostenere un solido strumento militare ci vuole una base industriale, come lo erano gli USA negli anni Quaranta; il punto è che oggi la fabbrica del mondo è la Cina e gli Stati Uniti sono deindustrializzati da decenni. Detta così, può sembrare dura da digerire e allora andiamo per gradi, prendendo a esempio l’US Navy, fiore all’occhiello e cardine della pretesa talassocrazia americana.
Alla fine della Guerra Fredda la Marina contava quasi 600 navi, oggi ne conta poco più della metà; sono ancora tante, certo, ma meno di due terzi di quelle ritenute minime per tener dietro agli impegni. E inoltre invecchiano rapidamente, logorate dal dover stare sempre in missione senza che le si possa sostituire. Non è una questione di soldi, sono i cantieri che non ci sono più, ne rimangono solo quattro, a Norfolk, Portsmount, Puget Sound e Pearl Harbour e sono ingolfati; mancano pure le maestranze specializzate, i colletti blu spariti con la globalizzazione. Per fare un solo esempio, se un sommergibile nucleare – nerbo della deterrenza americana – ha un’avaria, servono almeno tre anni per ripararla (se non è cosa grave). Né si può pensare di convertire la cantieristica civile, che è praticamente svanita: nel 2024 ha varato in tutto cinque – sì, cinque! – navi.
Facendo un semplice raffronto, già oggi la Cina ha più navi militari degli USA e ne vara di nuove a ritmi impressionanti. E per inciso, i cantieri cinesi sono i maggiori del mondo e hanno costituito la flotta mercantile più ampia del pianeta (quella americana è la 22^), per precise regole interne sfornata per il doppio uso, civile e militare. Pechino sta costruendo inesorabilmente la sua superiorità, con una differenza: lei si concentra in massima parte nel Mar Cinese, il suo cortile di casa e luogo del confronto con gli USA che, invece, devono disperdere ciò che hanno per oceani e mari, nel tentativo di sostenere una talassocrazia in crisi (vedi Mar Rosso) e guardarsi dai tanti nemici che si son fatti (e continuano a farsi).
È vero, gli americani hanno le portaerei, ma fra gli esperti sono in tanti a domandarsi se negli scenari della guerra odierna siano ancora l’arma decisiva sui mari; proprio nel Mar Rosso la Resistenza yemenita le ha centrate più volte (da ultima la Truman); dov’è riuscito Ansarullah con i suoi mezzi, cosa potrebbero fare Cina o Russia con i loro?
Ciò che vale per la Marina vale per le altre Forze Armate; ripetiamo, non è una questione di soldi, il Pentagono spende un’enormità, oltre 900 miliardi, il problema è come si spende. Il concentramento della produzione fra poche industrie della Difesa (solo cinque: Raytheon, Lockeed Martin, Boeing, Northrop Grumman e General Dynamics) produce accordi di cartello, fa lievitare i costi, espelle produzioni a medio valore aggiunto, ma indispensabili, e causa strozzature che limitano una produzione che si concentra dove può più guadagnare indipendentemente delle necessità.
Con la complicità del Pentagono, le spese per ricerca e sviluppo sono esplose andando fuori controllo, quasi equiparando quelle per la produzione, in un moltiplicarsi di programmi finalizzati a gonfiare gli stanziamenti o a inseguire tecnologie che saranno mature fra decenni – e a costi indecenti – non quando servono e soprattutto non nei numeri necessari per un conflitto ad alta intensità. Per la cronaca, malgrado le enormi spese, in una guerra vera oggi le Forze Armate USA esaurirebbero le munizioni guidate più pregiate in una settimana, prospettiva che induce al terrore di uno scontro con la Cina. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno un’unica vecchia fabbrica che produce munizioni per obici da 155 mm in Iowa e avevano un solo decrepito impianto per le polveri in Louisiana, avevano, perché recentemente è andato in fiamme.
Con buona pace di quanto va affermando Trump, pensare di reindustrializzare gli USA è pia illusione che sconfina nella più sfrenata fantasia se si guarda al breve o anche medio periodo. La prova? Malgrado gli imponenti programmi d’incentivi per far rientrare le attività industriali delocalizzate all’estero, o attirare investimenti dal resto del mondo – come l’Inflation Reduction Act di Biden – nel 2024 gli IDE (investimenti esteri diretti) sono stati per il 95% indirizzati su impieghi finanziari. Perché? Perché nel sistema americano, culla del neoliberismo, è semplicemente impossibile convincere un capitalista a investire in attività reali a medio valore aggiunto piuttosto che in attività finanziarie con aspettative di alto, altissimo valore aggiunto. In altre parole, non costruirà fabbriche ma si rivolgerà alla borsa, o giù di lì, dove – a quelle latitudini e con i capitali giusti – guadagnerà molto, ma molto di più e assai più in fretta. E qui veniamo al punto decisivo.
Negli USA le industrie lavorano per gonfiare più possibile il portafoglio degli azionisti; in Cina e Russia per lo stato, quantomeno nei tempi di crisi, se necessario vendendo a prezzi di costo (vedasi ciò che accade da anni nella Federazione Russa). In pratica, è l’attuale evoluzione del capitalismo neoliberista a rendere impossibile, agli stati che lo adottano, sopportare una prova come una guerra seria. Con ciò smentendo per l’ennesima volta che esso sia il sistema economico più efficiente e, parlando di affrontare un conflitto, anche più efficace. È vero il contrario.   
E se si parla di evoluzione delle società, tocchiamo un ultimo argomento: si possono pure produrre tutte le armi del mondo ma poi servono soldati per usarle e agli USA i soldati mancano, solo il 12% dei giovani è considerato abile ad arruolarsi malgrado si siano abbassati i requisiti psico-fisici. E, anche fra quelli, sono assai pochi quelli che rispondono “Sì” alle chiamate dello Zio Sam. È un problema comune a tutto l’Occidente su cui tanto ci sarebbe da dire, ma non divaghiamo.
Da un quadro simile si comprendono tante cose: la prima è che Trump non vuol finire in una guerra seria, che perderebbe. Certo, minaccia, fa la faccia feroce, ma è tecnica negoziale da affarista. Puro bluff. Vuol guadagnare tempo, riposizionarsi e prepararsi per il futuro. Ma nel frattempo bullizzare chi può negli interessi propri (leggasi: dei nuovi gruppi di potere insediatisi a Washington). Vedasi le pretese sulla Groenlandia.
È in questa ottica che va vista la distensione con il Cremlino di cui il Tycoon vuol cogliere i dividendi, ovvero: sfruttare le risorse ucraine insieme a Mosca e accordarsi con essa per investire in quelle russe con l’occhio all’Artico, nuovo Eldorado del futuro; insieme farsi sponda reciproca in Medio Oriente, nel Caucaso, nell’Asia Centrale. Così provando ad allentare l’abbraccio fra Russia e Cina che, per differente stazza, rischia di divenire soffocante per Mosca. Insomma, un ritorno alle sfere d’influenza e conferma d’un mondo divenuto multipolare (vedi dichiarazione di Marco Rubio, inaudita in bocca a un segretario di stato americano).
Questo non significa affatto abbandono della postura imperialistica degli USA, meno che mai indizio di loro futura moderazione nei rapporti col mondo, la verità è che, per dirla con Trump, sono loro a non avere buone carte in mano e sono costretti ad adeguarsi. Ma nei palazzi del potere a Washington è un mantra ripetere che l’America deve tornare a fare paura. E nelle condizioni in cui si trovano, devono scegliere attentamente gli avversari da colpire per restaurare una deterrenza perduta.
Fra le “bestie nere” degli USA, escluse Cina e Russia per le considerazioni fatte, e la Corea del Nord perché l’atomica ce l’ha già, è l’Iran a essere considerato più abbordabile. Di qui gli attacchi contro lo Yemen, per tentare di restaurare una talassocrazia in crisi e per mandare un messaggio minaccioso a Teheran. Peccato che la deludente campagna nel Mar Rosso, l’Operazione Rough Knight, produca effetto opposto: stando a un lungo rapporto del New York Times dei primi di aprile, che riportava testimonianze e documenti riservati, i risultati di tre settimane di bombardamenti sono stati del tutto deludenti; in compenso, le operazioni, sono già costate complessivamente quasi un miliardo di dollari, con un depauperamento definito preoccupante delle munizioni guidate di pregio.  
Ciò malgrado, il Pentagono concentra i bombardieri stealth B-2 nella base di Diego Garcia nell’Oceano Indiano e i B-52 in Gran Bretagna, con un ponte aereo sposta in Bahrein i Patriot dalla Corea del Sud, fa arrivare nelle basi del Golfo Persico gli A-10 e vi dispiega un nugolo di aereo cisterne, fa salpare da Guam il gruppo da battaglia della Carl Vinson per dirigerlo nell’area; il tutto in aggiunta all’imponente schieramento che già vi è. Minacce per piegare l’Iran o concreti preparativi per un attacco? Ardua domanda cui, forse, neanche gli USA saprebbero dare risposta. Certo è che non imparano nulla dalle lezioni e sono un pericolo per il mondo.