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Il sostegno all’Ucraina mette in difficoltà il complesso militare-industriale USA

di Giacomo Gabellini - 28/12/2024

Il sostegno all’Ucraina mette in difficoltà il complesso militare-industriale USA

Fonte: Krisis

L'assistenza militare all’Ucraina ha svuotato gli arsenali di molti Paesi membri della NATO. Stati Uniti e Europa faticano a mantenere il ritmo di produzione bellica, con scorte di munizioni che si esauriscono rapidamente. L’impasse è aggravata da problemi di manutenzione e di approvvigionamento, che limitano la possibilità dell’Occidente di fronteggiare nuove sfide. Emblematico il caso Amentum.

In breve

  • Capacità produttiva limitata della NATO: La NATO fatica a sostenere il consumo bellico ucraino, con capacità produttive inferiori ai fabbisogni giornalieri di munizioni, mettendo in discussione la sostenibilità del conflitto.
  • Esaurimento delle riserve militari: Paesi NATO, come Germania e Regno Unito, esaurirebbero rapidamente le scorte di munizioni in un conflitto ad alta intensità, evidenziando vulnerabilità logistiche.
  • Vantaggio bellico russo: La Russia dimostra una produzione bellica superiore sia in quantità sia in innovazione tecnologica, consolidando un margine strategico sul campo.
  • Problemi strutturali europei: Costi energetici elevati, carenza di manodopera qualificata e lentezza decisionale limitano la capacità dell’Europa di rispondere alle richieste di Kiev.

Lo scorso 4 dicembre, il segretario di Stato Antony Blinken ha enumerato una serie di dati in merito ai finanziamenti erogati sotto varie forme all’Ucraina. Il resoconto attesta che Kiev ha finora ricevuto un’assistenza militare, finanziaria e umanitaria pari a 102 miliardi di dollari dagli Stati Uniti e a 158 miliardi dagli altri alleati sia interni che esterni alla Nato. 

Cifre alquanto ragguardevoli, ma sensibilmente inferiori rispetto a quelle calcolate dal Kiel Institute for World Economy, che misura con estrema attenzione e in tempo reale il livello di sostegno assicurato all’Ucraina. I dati raccolti dal centro studi tedesco indicano che, al 31 ottobre 2024, gli Stati Uniti avevano stanziato aiuti per 119 miliardi di euro, di cui 30,7 miliardi ancora da allocare. 

I soli Paesi europei (escludendo quindi dal computo Giappone e Corea del Sud) avevano fornito un supporto pari a 240,6 miliardi di euro, di cui 115,9 miliardi ancora da allocare. Rimanendo alla tipologia di sostegno prettamente militare, evidenziano le statistiche del Kiel Institute, gli Stati Uniti rimanevano tuttavia saldamente in testa alla classifica dei maggiori sostenitori dell’Ucraina in valore assoluto, con 59,9 miliardi di euro. Misurando il supporto fornito in rapporto al Pil, invece, i Paesi maggiormente esposti risultano Estonia e Danimarca.Quest’ultima ha consegnato tutti e 19 gli obici semoventi di fabbricazione francese Caesar in proprio possesso.

Il Ministero della Difesa tedesco ha ammesso che, qualora si fosse ritrovata a combattere una guerra ad alta intensità come quella russo-ucraina, la Germania avrebbe esaurito le munizioni nell’arco di appena due giorni. Stesso discorso vale per Francia e Gran Bretagna. E, anche se in misura di gran lunga minore, per gli Stati Uniti, che nell’eventualità di un conflitto diretto con la Russia o la Cina disporrebbero, stando a una valutazione riportata dal Wall Street Journal nel luglio 2023, di scorte di proiettili di precisione esauribili nell’arco di pochi giorni, se non di qualche ora.

Il Segretario di Stato americano Antony J. Blinken in visita all'Ucraina l'8 settembre 2022. Foto Ambasciata degli Stati Uniti a Kiev. Licenza CC BY-ND 2.0.Il Segretario di Stato americano Antony J. Blinken in visita all’Ucraina l’8 settembre 2022. Foto Ambasciata degli Stati Uniti a Kiev. Licenza CC BY-ND 2.0.

Lo stesso Pentagono ha avanzato dubbi circa la capacità degli Stati Uniti di continuare a rifornire l’Ucraina senza distogliere armi ed equipaggiamenti da teatri di primario interesse come quello del Mar Cinese meridionale. Alla fine del 2022, rilevava il Royal United Services Institute britannico, il Dipartimento della Difesa statunitense aveva ceduto all’Ucraina «circa un terzo delle riserve di missili anticarro Javelin e di quelli antiaerei Stinger: ripianare tali scorte richiederà rispettivamente cinque e tredici anni». Per quanto concerne le munizioni dei lanciarazzi campali multipli Himars, «a fronte di una produzione di 9.000 razzi all’anno, le forze armate ucraine ne consumano almeno 5.000 al mese». 

Nemmeno il rapido e imponente incremento della produzione di proiettili d’artiglieria messo in cantiere dal complesso militare-industriale è risultato sufficiente a compensare l’erosione delle riserve strategiche di armi e munizioni a disposizione degli Usa. Al punto da indurre Washington a rivolgersi alla Corea del Sud, il cui governo «ha accettato di fornire in prestito agli Stati Uniti 500.000 proiettili di artiglieria da 155 millimetri che non saranno però forniti a Kiev ma consentiranno all’US Army di non depauperare troppo le sue riserve di munizioni ridottesi in seguito alle massicce forniture all’Ucraina». 

L’amministrazione Biden, dal canto suo, aveva cercato di rilanciare il sostegno a Kiev, sottoponendo al Congresso un piano di sostegno «collettivo» da 106 miliardi di dollari, comprensivo di stanziamenti per 14,3 miliardi di dollari a Israele, per 61,4 miliardi all’Ucraina, per 13,6 miliardi alla «protezione dei confini» e per 10 miliardi alla «assistenza umanitaria» in svariati Paesi del mondo. Senonché, la Camera dei Rappresentanti a maggioranza repubblicana si era posta rigorosamente di traverso, impedendo l’approvazione del piano di sostegno predisposto dall’amministrazione Biden. E questo nonostante gli ammonimenti del consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan, secondo cui «ogni settimana che passa, la nostra capacità di finanziare completamente ciò che riteniamo necessario per permettere all’Ucraina di difendere il suo territorio e fare progressi sul campo si riduce costantemente. Per noi, la finestra si sta chiudendo». 

Riunione del 12 luglio 2023 del Consiglio NATO-Ucraina con la Svezia. Foto NATO. Licenza CC BY-NC-ND 2.0.Riunione del 12 luglio 2023 del Consiglio NATO-Ucraina con la Svezia. Foto NATO. Licenza CC BY-NC-ND 2.0.

Dopo una serie di aggiustamenti, il piano è stato infine approvato e l’assistenza militare a Kiev prolungata per tutto il mandato di Biden, ma il problema del possibile «disimpegno» degli Stati Uniti si è puntualmente riproposto per effetto del successo elettorale conseguito da Donald Trump, dichiaratamente incline a ridurre l’impegno statunitense a supporto dell’Ucraina. 

La sospensione del flusso di armi, munizioni e finanziamenti statunitensi rappresenta quindi un evento potenzialmente catastrofico, perché apre una voragine assolutamente non colmabile attraverso il programma di sostegno da 50 miliardi di euro predisposto dall’Unione Europea – destinati in larga parte a garantire il funzionamento dello Stato ucraino. Stesso discorso vale per gli accordi di sicurezza bilaterali firmati da Kiev con i governi francese, inglese, tedesco e italiano. 

Lo si evince dal fatto che gli Stati Uniti hanno finora riscontrato un successo di gran lunga maggiore rispetto all’Europa in termini di incremento di produzione bellica, che entro il 2024 dovrebbe aver raggiunto i 500.000 proiettili d’artiglieria. Per il vecchio continente, viceversa, il traguardo originariamente fissato, corrispondente alla fabbricazione di un milione di proiettili all’anno, si è rivelato un miraggio. Motivo: insormontabili problemi strutturali quali costi energetici alle stelle, penuria di manodopera qualificata e processo decisionale farraginoso che disincentiva i produttori a sostenere corposi investimenti di medio termine. 

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky visita l'industria bellica Scranton in Pennsylvania, specializzata nella produzione di proiettili d'artiglieria. Fonte Press Office Ukraine Gov. Public Domain Dedication.Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky visita l’industria bellica Scranton in Pennsylvania, specializzata nella produzione di proiettili d’artiglieria. Fonte Press Office Ukraine Gov. Public Domain Dedication.

Uno studio condotto nel febbraio di quest’anno da due specialisti tedeschi, Gustav  Gressel e Marcus Welsch, è giunto alla conclusione che, nello scenario più ottimistico, la produzione combinata di Europa e Stati Uniti potrebbe assicurare a Kiev circa 1,3 milioni di proiettili all’anno. Una fornitura sufficiente a porre l’Ucraina nelle condizioni di sostenere una guerra a intensità moderata (3.600 proiettili al giorno), ma del tutto inadeguata al tipo di conflitto che il Paese è chiamato a sostenere. 

Nel marzo del 2023, l’allora ministro della Difesa ucraino Oleksij Reznikov specificò che l’Ucraina necessitava di 12.000 proiettili al giorno per «eseguire con successo i compiti sul campo di battaglia». Su scala annua, si parla di più di 4,2 milioni di proiettili d’artiglieria. Una stima più moderata, formulata dal Ministero della Difesa estone, quantifica il fabbisogno mensile ucraino in 200.000 proiettili (circa 6.600 al giorno). Entrambe le valutazioni risultano enormemente più elevate rispetto agli obiettivi di produzione fissati dalla Nato, che anche nel caso – tutt’altro che scontato – venissero conseguiti renderebbero particolarmente complesso per l’Ucraina accantonare arsenali adeguati a sostenere operazioni offensive ad alta intensità.

Nel novembre del 2023, il generale Valerij Zalužnyj, allora capo di Stato Maggiore dell’esercito ucraino,  aveva scritto un articolo su The Economist arricchito da un’intervista rilasciata sempre alla nota rivista britannica. La sue esternazioni hanno con ogni probabilità concorso a portare i preesistenti dissidi con Volodymyr Zelensky oltre la soglia critica, poiché dal quadro dipinto dal generale emergeva con chiarezza cristallina che la controffensiva avviata nella tarda primavera del 2023 dalle forze armate ucraine non aveva raggiunto alcuno degli obiettivi perseguiti dal governo di Kiev e dai suoi sponsor occidentali.

Di lì a qualche mese, Zalužnyj fu rimosso dall’incarico e nominato ambasciatore ucraino in Gran Bretagna; una «promozione» utile a tenerlo a distanza da Kiev. Le valutazioni formulate dall’allora capo di Stato Maggiore ucraino all’Economist non si limitavano tuttavia a sottolineare gli aspetti critici e le vulnerabilità del suo Paese, ma rendevano noto che la situazione per l’Ucraina sarebbe precipitata qualora il Paese non avesse ampliato la mobilitazione, sostituendo le logore forze impegnate in battaglia con nuovi soldati adeguatamente addestrati, e se la Nato non si fosse decisa ad incrementare le consegne di armi, munizioni, carri armati, aerei, droni e altre tecnologie, giudicate necessarie per reggere l’urto russo.

Come riconosciuto dall’ex segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, «il nostro attuale ritmo di produzione delle munizioni è di molte volte inferiore al livello di consumo da parte dell’Ucraina», che risulta a sua volta enormemente ridotto rispetto a quello della Russia. La quale è riuscita a sparare fino a 50.000-60.000 proiettili d’artiglieria al giorno a fronte dei 5.000-6.000 esplosi dall’Ucraina e – secondo fonti di intelligence britanniche riportate dal Washington Post – a produrne nell’arco del 2022 qualcosa come 1,7 milioni di unità, contro le 180.000 fabbricate dagli USA.

Una torretta di un carro armato Abrams attraversa le fasi di produzione presso il Joint Systems Manufacturing Center di Lima, Ohio. Defense Visual Information Distribution Service. Foto Public Domain.Una torretta di un carro armato Abrams attraversa le fasi di produzione presso il Joint Systems Manufacturing Center di Lima, Ohio. Defense Visual Information Distribution Service. Foto Public Domain.

A dispetto di un ammontare di fondi destinati al Pentagono pari a 824 miliardi di dollari nel solo anno fiscale 2024 (ai quali vanno sommati gli stanziamenti militari assorbiti dagli altri Dipartimenti), gli Usa hanno manifestato lacune macroscopiche puntualmente emerse già a partire dal tardo inverno del 2022. Allora, l’impellenza di sostenere l’Ucraina spinse il Dipartimento della Difesa ad allertare i centri di stoccaggio per materiale bellico che gli Stati Uniti hanno allestito in giro per il mondo.

Una rete gigantesca di magazzini terresti o imbarcati, contenenti attrezzature, veicoli, armi e munizioni, costituita per minimizzare il tempo necessario al trasferimento di unità ed equipaggiamenti militari in potenziali teatri di crisi, mentre in patria vengono definite le linee produttive e logistiche a sostegno di un eventuale sforzo bellico. 

L’idea di base si affermò nel corso della Guerra fredda, quando occorreva porre le forze armate statunitensi nelle condizioni di reagire con prontezza ad un’aggressione sovietica dalla Repubblica Democratica Tedesca senza attendere l’arrivo di materiali e mezzi dagli Stati Uniti. La conduzione di operazioni scarsamente impegnative quali l’invasione di Grenada o di Panama si è basata esclusivamente sull’impiego di questi magazzini pre-posizionati, rivelatisi particolarmente utili anche durante Desert Shield (1990-1991), Iraqi Freedom e, per l’appunto, l’invasione russa dell’Ucraina.

Un cannone di artiglieria da 155 mm entra in un forno di trattamento termico nel Watervliet Arsenal di New York. Foto di John B Snyder (AMC). Foto Public Domain.Un cannone di artiglieria da 155 mm entra in un forno di trattamento termico nel Watervliet Arsenal di New York. Foto di John B Snyder (AMC). Foto Public Domain.

L’assistenza militare all’Ucraina ha rivelato significative difficoltà logistiche e produttive degli Stati Uniti. Il trasferimento di armi dagli arsenali pre-posizionati ha evidenziato problemi di manutenzione e conformità, causando ritardi e costi aggiuntivi. Emblematico il caso di Amentum, un colosso specializzato nell’intendenza affermatosi come secondo maggiore erogatore di servizi governativi nel mercato degli appalti pubblici statunitensi, che evidenzia le lacune del sistema di subappalto militare USA. 

Nel marzo 2022, il Pentagono ordinò il trasferimento a Kiev di sei obici M-777 dall’arsenale di Camp Arifjan, in Kuwait, gestito dal contractor Amentum, che nel 2022 operava in 85 Paesi e vantava circa 44.000 dipendenti oltre a un fatturato pari a circa 9 miliardi di dollari. Tuttavia, un’ispezione preliminare rivelò gravi problemi di manutenzione: fluidi idraulici non conformi e culatte difettose che rendevano l’artiglieria pericolosa per l’uso. In particolare , il personale del Tank Automotive-Armament Command (Tacom) dell’esercito accertò che, a dispetto delle raccomandazioni fornite da Amentum circa la conformità agli standard degli obici da inviare a Kiev, i pezzi d’artiglieria «avrebbe ucciso qualcuno [il servente]» se fossero stati messi in funzione. 

Un veicolo blindato statunitense pattuglia al tramonto, fungendo da forza di opposizione per l'esercitazione Paladin Strike in Lettonia. Foto NATO, licenza Creative Commons BY-NC-ND 2.0.Un veicolo blindato statunitense pattuglia al tramonto, fungendo da forza di opposizione per l’esercitazione Paladin Strike in Lettonia. Foto NATO, licenza Creative Commons BY-NC-ND 2.0.

Nonostante riparazioni costose e frettolose (114.000 dollari), uno degli obici prese fuoco durante la fase di trasporto in Europa. Una volta arrivati in Polonia, tutti gli obici partiti da Camp Arifjan evidenziarono usura dei percussori e problemi al meccanismo di sparo, fatto che comportò ulteriori spese e ritardi. Una sorte sostanzialmente analoga toccò anche a 26 dei 28 veicoli M-1167 dichiarati operativi, costringendo a cannibalizzare altri mezzi per renderli utilizzabili. In totale, le riparazioni aggiunsero 173.500 dollari ai costi iniziali. Amentum, responsabile della manutenzione con contratti da 972 milioni di dollari, fu criticata per negligenze sistemiche. Ma il Comando Mantenimento dell’esercito minimizzò l’entità dei ritardi, lamentando la riduzione dei fondi pubblici ricevuti, di fatto, scagionò Amentum. Per tutta risposta, l’Ispettore Generale segnalò nel suo rapporto finale «una serie di problematiche che hanno comportato manutenzioni impreviste, riparazioni e tempi di consegna prolungati per l’invio di aiuti militari alle Forze Armate ucraine». Il rapporto evidenziò problemi anche in altre basi gestite da Amentum in Germania e Polonia. 

Questo caso sottolinea le lacune strutturali del sistema di subappalto militare sviluppato dal Pentagono. Sistema che, combinandosi con gli altri aspetti altamente critici, ha limitato in maniera significativa la capacità degli Stati Uniti di sostenere militarmente l’Ucraina. Non ha mancato di sottolinearlo in un’impietosa analisi comparsa su Foreign Affairs il politologo ed esperto di questioni belliche Michal Brenes, secondo cui «la carenza di produzione, le squadre di manodopera inadeguata e le interruzioni nelle catene di approvvigionamento hanno ostacolato la capacità degli Stati Uniti di fornire armi all’Ucraina e migliorare le capacità di difesa del Paese in modo più ampio». Il motivo è chiaro: «Oltre settant’anni di consolidamenti aziendali, privatizzazioni, esternalizzazioni, tagli di posti di lavoro, inazione federale e ricerca spasmodica di maggiori profitti hanno dato origine a una “tempesta perfetta” che ostacola l’assistenza all’Ucraina e pregiudica potenzialmente la possibilità della nazione di affrontare conflitti futuri» spiega Brenes. «Gli Stati Uniti non hanno modo di risolvere questi problemi in maniera rapida, né tantomeno di invertire l’andazzo dall’oggi al domani».