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L'antidoto al grande reset

di Andrea Cavalleri - 25/09/2022

L'antidoto al grande reset

Fonte: Come Don Chisciotte

Il grande reset

 I potenti del mondo che si riuniscono a Davos ci stanno dicendo che il sistema finanziario, e di conseguenza il sistema economico, e perciò il nostro stile di vita, non funzionano più.

L’unica soluzione (secondo loro) sarebbe di azzerare tutto e ricostruire su nuove basi un mondo organizzato in modo fortemente diverso da quello precedente.

Le cause che vengono invocate e poi propagandate attraverso i media (in realtà in modo poco chiaro) sarebbero l’emergenza climatica, e quella pandemica.

Tuttavia al congresso sia i leaders del gruppo, sia i consulenti, additano da anni quello che per loro è il problema principale, ovvero la sovrappopolazione, costituita al 90% da “mangiatori inutili”.

Ad esempio, il consulente del forum Yuval Harari ha spiegato che fino al XX secolo le persone (non importa se Americani sotto Roosevelt, Russi sotto Stalin o Tedeschi sotto Hitler) erano funzionali al progresso dello Stato, perché i beni necessari erano prodotti da una gran massa di lavoratori, nelle fabbriche o nelle fattorie.

Oggi la prospettiva è completamente diversa, dato che le merci del domani saranno prodotte con una tecnologia sempre più sofisticata e robotizzata di cui si occuperà una ristretta minoranza della popolazione, rendendo tutti gli altri semplicemente “inutili”.

Poiché i cambiamenti previsti sono forti e richiedono prontezza e disciplina nell’adeguarvisi, le classi dirigenti invocano un maggior potere decisionale e, soprattutto, esecutivo (obbedienza pronta cieca e assoluta), che si traduce in una forza coercitiva capace di limitare drasticamente la libertà dei cittadini.

In particolare la svolta tecno-autoritaria prevede strumenti quali l’eliminazione della proprietà privata in cambio di un reddito di base, erogato da un’autorità centrale (che può limitare o anche sospendere tale reddito a quei cittadini che criticano la suddetta autorità) e un controllo delle masse dall’interno, tramite l’inserimento nel corpo di ogni cittadino di nanotecnologie governate da algoritmi di intelligenza artificiale, capaci di rilevare il suo consenso al regime e l’adeguatezza dei suoi comportamenti rispetto alle attese del potere.

Grazie a tali mezzi i dissenzienti potrebbero essere estromessi dalla vita sociale (e qualcuno dice anche dalla vita fisica) semplicemente con un clic.

Sembra che ai dirigenti di Davos stiano tremendamente a cuore alcune cose, quali una campagna vaccinale universale (a prescindere dalla presenza e dalla pericolosità della malattia contro cui vaccinarsi e dalla funzionalità dei “vaccini”) e una drastica riduzione delle produzioni alimentari ed energetiche che dovrebbero essere rimpiazzate mangiando insetti e muovendosi meno nella realtà e più nel “metaverso”.

 

Analisi ragionata del grande reset

Dalla narrativa di Davos emergono subito problemi di coerenza interna, prima ancora che nell’accettabilità da parte della cittadinanza, che minano seriamente la narrativa vigente.

Innanzi tutto questi signori ci stanno dicendo che il sistema finanziario non funziona più.

Ma chi ha progettato, messo in opera e soprattutto governato tale sistema? Proprio loro, gli stessi che dicono che non va più.

In altre parole abbiamo i dirigenti delle aziende globali che dichiarano fallimento, comportandosi come se loro fossero anche i curatori fallimentari e il tribunale, che ha già deciso in anticipo che la colpa della bancarotta non è della proprietà o della dirigenza, ma della forza lavoro e degli utenti, a cui spetterà di pagare il conto.

Un secondo punto (oltre alla palese illegittimità) che suscita forti perplessità riguardo all’adeguatezza delle attuali classi dirigenti nel gestire un cambiamento epocale, riguarda l’incipit del progetto, “l’azzeramento”.

In questo periodo circolano slogan che inneggiano alla distruzione della struttura esistente per accelerare il rimpiazzo con quella nuova, denominando questa fase “caos creativo”.

Già il termine “caos creativo” denota l’ignoranza del secondo principio della termodinamica: in un sistema chiuso (come lo è il mondo su scala globale) il disordine aumenta; quindi, provocare caos non produrrà null’altro che maggior caos e nessuna creazione.

Ma questa prospettiva, se osservata attentamente, diventa un altro potentissimo atto di auto-accusa dei poteri forti.

Essi infatti, in questa fase, stanno vantando straordinarie abilità nel liquidare i sistemi socio-economici in essere; non tengono però conto del principio basilare che distruggere è facilissimo mentre costruire è difficile.

Legittimare la propria leadership in base alla propria capacità di arrecare danni non ha senso: qualunque minorato mentale, prelevato da un ospedale psichiatrico e posto in un ruolo direttivo, è in grado di produrre danni catastrofici.

Le abilità di un uomo e, ancor più di un governante, si possono misurare solo in base ai risultati positivi e benefici che ha raggiunto.

Quindi, per una volta, vorrei dissociarmi con tutte le forze dalle teorie del complotto, secondo cui degli uomini intelligentissimi e malvagi si adoperano per danneggiare il popolo: semplicemente essi sono cretini e incompetenti, come dimostrato dai risultati che stanno ottenendo.

Un terzo punto critico del progetto del grande reset riguarda l’ignoranza di alcuni elementari principi economici.

Distruggere aziende produttive e rimpiazzarle con un reddito di base non serve a niente: cosa si comprerà con i soldi quando mancheranno le merci da comprare?

Ci dicono che le merci saranno prodotte tramite le linee robotizzate delle multinazionali (di cui i signori di Davos sono proprietari e dirigenti).

Ma in questo periodo le capacità produttive di tutte le aziende, anche le multinazionali, sono in riduzione non in incremento; conseguentemente, o pensano di allestire le nuove linee di super produzione con uno schiocco di dita, o vogliono privare la gente del necessario lasciando che una parte muoia di stenti o, infine, pensano di aver già avvelenato una quota consistente dell’umanità che presto scomparirà riducendo così il bisogno di beni di consumo.

Inoltre, per le derrate alimentari, la semina, la raccolta e la distribuzione potranno anche essere ingegnerizzate, ma i tempi di crescita e di maturazione del grano e di ogni altro vegetale sono disposti dalla natura, non dai dirigenti di Davos; quindi, tra una fase di distruzione e una di ricostruzione deve passare un tempo abbastanza lungo, che si traduce in una carestia rovinosa.

In ognuno di questi casi, a parte il giudizio morale che se ne può dare, si nota la tipica improvvisazione dei dilettanti, sostenuti da un autoconvincimento reciproco (“se la suonano e se la cantano”) ma incapaci di realizzare un programma ordinato ed efficiente.

L’unica abilità che dimostrano veramente è quella di creare verbose allocuzioni basate soprattutto sull’estremizzazione delle figure retoriche come l’eufemismo e l’ossimoro (“grande reset”, “caos creativo” e “capitalismo inclusivo” ne sono degli esempi perfetti) per vestire di belle parole la miseria dei loro progetti e delle loro opere.

Vi è poi il discorso sulle masse inutili.

Ai geni di Davos sembra sfuggire il fatto che “l’utilità” è un concetto soggettivo.

Una persona, un oggetto o qualsiasi azione o situazione, non possono essere definiti “utili” in senso assoluto, ma solo utili per qualcuno o per qualche scopo.

Ad essi parrebbe che nel mondo vi sia molta gente inutile, ma forse non hanno mai fatto un sondaggio per verificare quale utilità attribuisca loro il pubblico.

E per giustificare i loro consumi (da straricchi) e le loro emissioni inquinanti (sono sempre in giro su jet privati o di linea e su automobili di grossa cilindrata) dovrebbero dimostrare una altissima utilità, non certo l’utilità scarsa, nulla o, spesso, negativa che la gente attribuisce loro.

Se poi verifichiamo la fattibilità dei progetti, risulta molto più semplice eliminare 3500 persone (loro) che non tre miliardi e mezzo (quelli che loro vorrebbero eliminare).

In pratica, sono in una casa di vetro e continuano a tirare sassi a tutta forza…

Aggiungo infine una nota sulle “magnifiche sorti e progressive” della digitalizzazione, che viene proposta come soluzione imprescindibile per ogni problema, anche quelli con cui non c’entra niente.

Se qualche utente di Vodafone (cito questa compagnia telefonica perche il suo ex AD è uno dei paladini più indefessi della digitalizzazione totale) deve chiamare il gestore per un qualsiasi problema, dovrà interagire con uno dei più diffusi prodotti tipici del mondo digitale: il risponditore telefonico.

Questo congegno non accetta richieste, ma ordina al cliente cosa deve fare (il cliente non aveva sempre ragione?), lo costringe a identificarsi senza scopo, lo fa vagabondare per diversi menu e, dopo una perdita di tempo di un buon quarto d’ora, nel 90% dei casi lo mette infine in contatto con un sospirato essere umano.

In pratica il cosiddetto servizio digitalizzato è solo un modo per scaricare sull’utente il disservizio del gestore generato da una sua riduzione dei costi.

Questo detestabile strumento ci prefigura lo scenario di una digitalizzazione totale dei servizi che, probabilmente, anziché assomigliare al disumano ma perfetto mondo delle macchine di “Matrix”, somiglierà di più allo sgangherato e nel complesso inefficiente mondo di “Brasil”.

 

La famiglia

Naturalmente, parlando di famiglia, intendo sottolinearne quegli aspetti che possono essere comparati col modello sociale proposto dal gran reset.

I genitori non lamentano mai la sovrappopolazione della famiglia e non desiderano sterminare i propri figli. Anzi, sono essi che generano le nuove vite.

La classe dirigente familiare, cioè i genitori, è veramente responsabile: non solo risponde allo Stato e alla società per le proprie azioni, ma prende in carico anche le conseguenze delle azioni dei figli.

Di certo un padre o una madre non fanno pagare direttamente ai figli (ad esempio vendendoli come schiavi) i cattivi risultati della propria gestione, come invece fanno i dirigenti globali.

Il metodo familiare per affrontare il futuro non è quello di assicurarsi il pieno controllo dei figli tramite tattiche fortemente coercitive ma, al contrario, è quello di renderli completamente autonomi (e quindi liberi) in modo che essi stessi possano affrontare gli eventuali e nuovi problemi.

Questo tema per la famiglia è talmente forte che il percorso per rendere i figli autonomi (chiamato solitamente “educazione”) non è semplicemente un metodo, ma addirittura un fine.

La classe dirigente familiare non pratica il “capitalismo inclusivo” ovvero non obbliga i figli alla rinuncia di ogni proprietà in cambio di una paghetta, raccontando loro che non possedendo nulla saranno felici; all’opposto, assegna loro i diritti futuri di eredità, assicura il loro mantenimento presente e li riempie anche di regali.

Nei processi decisionali la gerarchia familiare non è preoccupata di cosa penseranno i figli al punto da dover ricorrere alla segretezza (detta “riservatezza”) ma, per quanto possibile, in base all’età e alle capacità di discernimento dei giovani virgulti, è lieta di sondare le loro opinioni e di coinvolgerli nelle scelte da adottare.

I potenti della famiglia non fanno una lotta di classe contro i deboli (Warren Buffet: “la lotta di classe c’è stata e l’abbiamo vinta noi ricchi”) ma agiscono praticando e insegnando il concetto che la prosperità condivisa è superiore alla prosperità individuale ed esclusiva.

Non solo, la famiglia esercita sempre una pressione per la risoluzione delle controversie interne e insegna a superare i contrasti in nome di una unità considerata un valore superiore alla convenienza dei singoli membri.

Infine, la famiglia non tratta i suoi membri secondo un criterio di “utilità”, ma tutti sono accolti e accuditi in base alle forze ed alle possibilità di coloro che possono dare, senza calcoli di cosa possano ricevere in cambio dagli accuditi.

E questo vale per i neonati, per gli anziani e perfino per i disabili.

Poiché la famiglia è la cellula costitutiva su cui si fonda la società, più una società è naturale e più presenterà delle caratteristiche affini a quelle familiari, pur con gli inevitabili adeguamenti dovuti alle differenze di scala.

Poiché la società innaturale e distopica del grande reset è invece diametralmente opposta alla famiglia, non può sorprendere che i suoi promotori avversino e cerchino di distruggere la famiglia con ogni mezzo, a cominciare dalla lotta contro la “famiglia tradizionale” che (come al solito) altro non è che un gioco di parole per dire lotta alla famiglia tout court.

 

È tutto sbagliato il grande reset?

Nel complesso si tratta di un progetto stupido e insano, ma per alcuni singoli elementi e per alcuni casi particolari non è sbagliato.

Per esempio, quando lorsignori dicono che la finanza non è più sostenibile, hanno ragione: essi stessi hanno fatto bancarotta e lo sanno bene.

E il procedimento risanatorio che hanno escogitato, quello di rinchiudere le persone finché non avranno firmato la rinuncia a tutte le loro proprietà e l’accettazione di un piano vaccinale completo, cosicché senza possedere nulla, senza privacy e senza libertà possano essere felici, in generale è una colossale idiozia.

Ma per una certa categoria di persone potrebbe essere una terapia riabilitativa efficace.

Sicuramente Bill Gates starebbe molto meglio se, dopo essere stato espropriato di tutto, andasse a vivere in un bilocale con un reddito di base.

E se Lynn Forester de Rotschild facesse la cameriera in un ristorante, potrebbe parlare col maitre del nuovo ordine delle posate e dei bicchieri e si divertirebbe molto di più che a parlare con Bergoglio del nuovo ordine mondiale.

E così Klaus Schwab, il barone Jacob Rotschild, Beatrice d’Olanda e in generale tutti quei malati di delirio di onnipotenza che sostengono che quel povero Dio ha sbagliato tutto nel creare il mondo e perciò devono rifarlo loro, trarrebbero un gran beneficio dal contatto con la realtà, privati di tutte le loro perniciose allucinogene ricchezze e magari impiegati onorevolmente a coltivare pomodori, pulire cessi e rammendare calzini.

Il metodo che propongono può essere perfettamente applicato a loro stessi: rinchiusi in una struttura protetta fino alla firma della rinuncia a tutte le loro proprietà, in cambio di un generoso reddito di base; in caso di ostinazione estrema verrebbero nutriti a insetti fino alla resa.

Per quanto riguarda il programma vaccinale, non essendo noi scioccamente crudeli, come loro, non glielo imporremmo: dovrebbero solamente assumere, caso per caso, i farmaci che gli psichiatri ritenessero eventualmente utili per contrastare le loro patologie.

In fondo, questo programma del grande reset è solo un lapsus: persone prive di empatia e incapaci di mettersi nei panni degli altri non hanno fatto altro che disegnare il programma adatto a se stessi.