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L'arresto di Georgescu: la “democrazia” liberale non è democratica. E non lo è mai stata

di Alessio Mannino - 27/02/2025

L'arresto di Georgescu: la “democrazia” liberale non è democratica. E non lo è mai stata

Fonte: La Fionda

L’arresto di Călin Georgescu rappresenta il secondo tempo del golpe bianco in Romania. Dopo l’annullamento da parte della Corte Costituzionale delle presidenziali in cui veniva dato per vincitore, ora è la volta della Procura Generale, che ne ha ordinato il fermo mentre si recava a depositare la ricandidatura. Se l’invalidamento del secondo turno del voto era stato giustificato con motivazioni risibili (presunte ingerenze russe che gli avrebbero valso condizioni di favore dalla piattaforma TikTok), ora il leader sovranista dovrà difendersi da una lista lunga così di capi d’accusa, che vanno dall’incitamento all’odio pubblico alla costituzione di un’organizzazione fascista e xenofoba, fino alla falsificazione di dichiarazioni sui finanziamenti elettorali. Al di là del merito giudiziario tutto da verificare, è gravissimo in linea di principio, e sotto tutte le latitudini, che il candidato dell’opposizione finisca agli arresti in piena corsa. E questo al netto del giudizio politico sul suo programma e sulle sue idee. L’accaduto non può non indignare chi ha a cuore la democrazia. Purché ci intendiamo su cosa sia, questa benedetta democrazia.

Per farlo, bisogna fare un po’ di storia. La democrazia liberale, da sempre, è la formula con cui il liberalismo ha incorporato e addomesticato il principio democratico. Storicamente, a essere venuti prima sono stati i regimi liberali: fondati sulla separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) la cui matrice è, come noto, francese, il loro modello era però l’Inghilterra classista e imperialista del Sette e Ottocento, caratterizzata da suffragio limitato per censo (e naturalmente, ai tempi, per sesso), restrizioni all’attività delle forze sovversive (i primi partiti e sindacati socialisti), stampa solo relativamente libera (i sequestri erano all’ordine del giorno). Come meglio di tutti teorizzò Benjamin Constant, per un liberale classico la libertà si identifica nei diritti civili e politici formali, ovvero la libertà di opinione e, soprattutto, la libertà di iniziativa economica. Nel passaggio al Novecento, con l’avanzata del movimento operaio e la progressiva conquista di diritti sostanziali, sul contenitore liberale che privilegiava la minoranza dei più ricchi venne via via a costruirsi un contenuto democratico, con l’inclusione della maggioranza dei meno ricchi nell’esercizio del potere.

Dal punto di vista della genealogia storico-filosofica, fin dalle sue origini ateniesi la democrazia poggia sul postulato maggioritario del 50+1 per dare possibilità concreta di far valere le proprie istanze alla maggioranza, in quanto e solo in quanto parte economicamente svantaggiata della cittadinanza. È sempre stata, cioè, il prodotto della lotta fra i pochi, maggiormente dotati di mezzi e risorse, e i molti, che ne erano privi. L’opposto concettuale e fattuale della democrazia, quindi, non è la tirannia (che semmai può costituirne, come già aveva messo in guardia Platone, la degenerazione demagogica), ma l’oligarchia. Quella che oggi viene chiamata, travisandone il significato originariamente aristocratico, élite, e che sarebbe meglio definire piuttosto, marxianamente, classe capitalistica. Che poi in qualsiasi tipo di società, secondo l’insuperata lezione dei sociologi elitisti italiani Mosca Pareto e Michels, si formi una contrapposizione fra dominati e dominanti, ciò non inficia l’egualitaria aspirazione dell’ideale democratico al costante riequilibrio delle sperequazioni di potere, pur inevitabili. Basterebbe rileggersi le pagine in cui Machiavelli, democratico ante-litteram, vedeva nel necessario equilibrio fra “umori” (il “popolo” contro i “grandi”) la faticosa opera del conflitto sociale connaturato a ogni consorzio umano.

Perciò, per il buon democratico la regola della maggioranza è sacra perché, proprio in virtù della legge ferrea secondo cui comunque sorgerà un gruppo soverchiante, il demos da tutelare è il popolo inteso come moltitudine fisiologicamente composta da meno abbienti. Punto. I liberali, al contrario, hanno invece sempre concepito l’ordinamento politico come difesa della minoranza dalla maggioranza. Il problema è che, se è corretto anche democraticamente garantire la libertà di parola e d’azione al singolo individuo in qualità di cittadino senza distinzioni, non lo è usare tale principio per camuffare e preservare lo strapotere dell’oligarchia dominante. C’è minoranza e minoranza. Per i liberali di tutte le epoche, la minoranza “giusta” è quella che decidono loro. E sin dagli albori: già nel ‘600 John Locke, padre della filosofia in questione, prevedeva eccezioni liberticide per gli illiberali di allora, i cattolici. A parti inverse Jonathan Swift, cattolico irlandese, se la prendeva, per altro non senza qualche ragione, con il fanatismo dei “liberi pensatori”, in quel caso puritani (Contro il libero pensiero, 1713). In età ottocentesca il campione del diritto al dissenso, John Stuart Mill, di fronte al graduale cedimento del discrimine censitario proponeva di far votare solo chi fosse abbastanza istruito (trovata, questa, tornata a galla negli ultimi anni, per esempio dopo la Brexit, denotando tutto il razzismo culturale verso la plebe bovina, che certo va scolarizzata, ma chi è che decide, e in base a quali criteri, cosa insegnare?). Nel Novecento, dobbiamo a Karl Popper la formulazione più efficace e più oscena del “paradosso della tolleranza”, per cui i tolleranti devono poter neutralizzare gli intolleranti, diventando intolleranti a loro volta. L’idolo dei liberali Popper, in realtà, non faceva che riesumare la mentalità del Terrore robespierrista, sintetizzata dal giacobino Saint-Just prima di finire sulla ghigliottina: “Nessuna libertà per i nemici della libertà”.

La grande obiezione è infatti proprio questa: in che modo salvaguardare una democrazia dai suoi nemici, visto e considerato che ne utilizzano gli strumenti e gli istituti, a partire da quello elettorale, per ritorcerglieli contro, come il fascismo, il nazismo e il bolscevismo testimoniano? Sicuramente non appellandosi alla sola forma, alle Costituzioni che possono cambiare, alla cornice di norme che, se e quando svuotate di consenso, divengono cibo per vermi. E dovrebbero essere proprio i suddetti precedenti storici a farlo comprendere. Ancora una volta, è soltanto lottando per presidiare e accrescere il potere reale degli spossessati, degli “umiliati e offesi”, che si materializza un argine effettivo a chiunque voglia limitare il diritto – democratico, prima che liberale – all’isegorìa, la libertà di poter dire la propria in pubblico, architrave della convivenza. Se non si “riempie” di contenuto genuinamente popolare il contenitore, avremo una democrazia per finta, che si arroga il dovere di cancellare la volontà del popolo se il popolo non vota secondo i desiderata dell’oligarchia in quel dato momento al comando. Vale a dire, una democrazia liberale.