La folle propaganda di guerra produce l’effetto boomerang
di Silvia Truzzi - 03/04/2025
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Domenica la Stampa ha pubblicato un interessante sondaggio di Euromedia attorno alle questioni belliche europee. Scrive Alessandra Ghisleri: “La maggior parte degli italiani è favorevole all’invio di aiuti umanitari all’Ucraina (37,5%), ma restia a inviare truppe militari (5,8%) o finanziare direttamente l’acquisto di armi (12,8%)”. Più che restia, vista la percentuale, noi diremmo decisamente contraria. Per il 60,2% della popolazione la negoziazione diplomatica è la migliore soluzione per fermare la guerra; crede nel supporto militare l’8,3; nelle sanzioni il 9,2: nell’intervento diretto di altri Paesi il 6,2. Commentando il sondaggio di Ghisleri, Marcello Sorgi, sempre sulla Stampa, si domanda: “Possibile che ci sia circa il 94 per cento di contrari a un’Italia che in futuro, di fronte al ritiro dell’appoggio americano, affronti il compito che le tocca nell’opera di mantenimento della pace in Europa? Un quasi cento per cento di pacifisti, verrebbe da tagliar corto? Un dato del genere sorprende anche chi è abituato a considerare l’Italia non proprio un Paese di eroi (anche se ce ne sono, nella storia recente e in quella meno prossima, e non è vero che abbiamo sempre cercato di combattere nelle retrovie)”. L’articolo s’intitola “Pacifismo all’italiana” e il catenaccio recita: “Il Paese è in grande maggioranza contro la guerra: si tratta di un sentimento che ha radici storiche Ma oggi, con Trump che si sfila, sarà chiamato ad assumersi le sue responsabilità. E non sembra pronto”.
Quello che con malcelato disprezzo viene chiamato “pacifismo all’italiana”, non ha nulla a che fare con l’incapacità di assumersi responsabilità o con la supposta viltà degli imbelli, tanto cara ad alcuni commentatori (i quali, per età e condizione, non corrono il minimo rischio di partire per il fronte). Che cos’è la guerra? L’esercizio di una violenza collettiva, durevole e organizzata per dirimere controversie che non si crede (o non si vuole) comporre in altro modo. Ed è una condizione contraria al diritto. Scrive Bobbio in Pace (edizioni Treccani): “Data la definizione di guerra come violenza organizzata di gruppo che si prolunga per un certo periodo di tempo, che la guerra sia l’antitesi del diritto ne è una conseguenza: il diritto, infatti, può essere definito come l’ordinamento pacifico di un gruppo e dei rapporti di questo gruppo con tutti gli altri gruppi. Là dove il concetto di diritto è strettamente congiunto con quello di pace, è nello stesso tempo disgiunto da quello di guerra”. E infatti la Costituzione dice “ripudia”, verbo incontrovertibile, definitivo, preferito ad altri proprio per l’assolutezza che esprime. Ci troviamo completamente immersi in una sciagurata propaganda bellicista che ogni giorno diventa più minacciosa: la presentazione del kit di sopravvivenza da parte dalla Commissione europea, promosso da un bizzarro video della commissaria all’uguaglianza e alla gestione delle crisi Hadja Lahbib, fa parte della Preparedness Union Strategy, piano connesso al famoso Readiness 2030 presentato da Ursula von der Leyen, che fino a poco fa si chiamava assai più onestamente Rearm Europe. Ma non basta cambiare il nome, il succo resta che alcuni Paesi si stanno riarmando, che alcuni più di altri soffiano sui venti di guerra per le solite ragioni, quelle economiche. Di fronte alla propaganda e alla retorica, l’opinione pubblica reagisce con un’opposizione praticamente unanime, anche perché non c’è prova dell’intenzione di Putin di invadere l’Europa. Il comportamento dei Paesi, proprio come accade nei rapporti tra i singoli, condiziona quello degli interlocutori e il loro agire. Fare la pace, restare in pace, è l’unica possibile strada: il pacifismo all’italiana non è viltà, né utopia. È preferire l’umanità all’avidità: tutte le guerre sono combattute per denaro.