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La logica di Trump che non sanno capire

di Mario Adinolfi - 04/04/2025

La logica di Trump che non sanno capire

Fonte: Mario Adinolfi

Per tutta la prima ora di Piazza Pulita ieri sera abbiamo assistito al conduttore della trasmissione del giovedì de La7 che intervistava il conduttore della trasmissione del martedì de La7 con i due in coro che davano del pazzo a Trump che con i suoi dazi aveva fatto crollare le borse. Nel picco di raffinatezza del dialogo tra i due quello del martedì ripeteva “Trump è un bullo”. Entrambi manifestavano una colossale ignoranza, erano del tutto privi delle conoscenze storiche, economiche, politiche per poter anche solo accennare ad un’analisi meno idiota che provasse a capire la logica di Trump. Perché Trump non è né un pazzo né un bullo, è un presidente americano che ha fatto una campagna elettorale assumendo degli impegni con i suoi elettori e ora li realizza. Mercoledì quando ha annunciato i dazi aveva davanti delegazioni di operai, dei sindacati, delle imprese esultanti. Floris e Formigli non se ne capacitavano. Per forza, sono ignoranti come cucuzze, credono di poter capire l’America profonda che sostiene Trump prendendo l’aperitivo da Vanni a Roma Prati. Tocca studiare, per capire. Li aiuterò un po’ io.
Il primo presidente americano, il mitico George Washington, nel suo discorso di addio alla politica del gennaio 1797 pronunciò una frase stentorea: “Gli Stati Uniti dovranno evitare alleanze permanenti con qualsiasi parte del mondo straniero”. Nasceva l’isolazionismo americano che fino al 1917 fu una sorta di religione civile. Proprio l’essersi “impicciati” troppo degli affari esterni agli Stati Uniti intervenendo a determinare l’esito della prima guerra mondiale oltre che la gestione del dopoguerra fu giudicato tra i fattori che condussero alla crisi del 1929 e alla conseguente Grande Depressione. Per questo gli americani non volevano saperne di imbarcarsi nella seconda guerra mondiale e solo l’attacco a tradimento del 1941 a Pearl Harbour da parte dei giapponesi convinse l’opinione pubblica a sostenere la guerra degli inglesi contro Hitler, Mussolini e Hirohito.
Fino a Yalta, 1945, gli americani hanno creduto alla dottrina delle sfere di influenza determinati ad occuparsi dell’area delle Americhe e dei due oceani che le bagnano, lasciando all’Impero britannico il ruolo di potenza egemone coloniale nel resto del mondo mentre Giappone, Cina e Russia si gestivano l’Asia in permanente conflitto tra loro. È solo con Yalta, quindi ottanta anni fa, che gli Stati Uniti diventano gli sceriffi del mondo e fino al 1989 il bastione dell’anticomunismo. Vinta la guerra fredda con i sovietici, gli americani hanno continuato ad intervenire da potenza egemone ovunque, guerre comprese in Africa, Asia e anche in Europa. Tutto questo è stato costosissimo e la cosiddetta globalizzazione è stata pagata su più fronti dall’Americano Medio che si è indebitato, che deve dissanguarsi per far studiare i figli o per curarsi in caso di malattia, che ha ceduto alla più massiccia ondata di immigrazione clandestina della storia e ora osserva l’inflazione galoppare pure sul prezzo delle uova, dopo aver assistito ad una pesantissima deindustrializzazione che ha provocato chiusura di fabbriche, perdita di posti di lavoro, impennarsi del debito pubblico e conseguente aumento della tassazione.

Trump con il suo slogan Make America Great Again, con la sua scelta di avere come vice Vance che è il simbolo dei danni causati dalla deindustrializzazione per delocalizzazione che ha messo in ginocchio il suo Ohio, con la sua idea proclamata di una “nuova età dell’oro” torna a George Washington e alla dottrina delle sfere di influenza: vuole il Canada e la Groenlandia, non a caso l’unica nazione non toccata da aumenti di dazi è il Messico, punta a riprendersi l’istmo di Panama, tra i suoi principali alleati c’è l’argentino Milei, insomma l’obiettivo è dominare le Americhe. La globalizzazione? Secondo Trump è finita. Basta Stati Uniti sceriffi del mondo, ora l’Asia si lascia al dominio cinese che si estende anche in Africa e gli europei si arrangino con la Russia. Trump non avvierà guerre, non ne sosterrà fuori dal suo quadrante delle sfere di influenza e difenderà l’industria manifatturiera e agroalimentare americana imponendo dazi ai concorrenti stranieri secondo la più tradizionale dottrina isolazionista e protezionista americana. Operai, sindacati e imprese esultano: Trump mantiene le promesse presso il proprio elettorato.
Trump pensa che l’America non possa più permettersi il ruolo di superpotenza egemone del mondo intero, è troppo costoso e la ricchezza va mantenuta nell’ambito nazionale, non sperperata nei vari quadranti continentali non di diretta pertinenza. Accetta dunque che il mondo sia non più globalizzato ma multipolare e questa per l’Europa, se non fosse asservita a logiche suicide come quella che porterà a spendere 850 miliardi in armamenti per Rearm Europe, potrebbe essere una grande opportunità.
La scommessa di Trump è curare solo l’interesse nazionale e tornare all’input di George Washington, ai leitmotiv dell’America pre-Yalta. La sua logica è che badando a se stessa l’America tornerà grande, fine dei progetti egemonici che dissanguano il bilancio e impoveriscono gli statunitensi, nessun regalo agli stranieri. Ha vinto con questo programma le elezioni e questo programma persegue. Avrà ragione? La storia ce lo dirà. Ma trattarlo da pazzo o da bullo è davvero da stupidi. E se sul tema della cura dell’interesse nazionale lo prendessimo ad esempio, non faremmo male.