Perché, prima o poi, il capitalismo ha bisogno della guerra
di Andrea Zhok - 04/04/2025
Fonte: Krisis
1. L’essenza del capitalismo
Il nesso tra capitalismo e guerra è non accidentale, ma strutturale, stringente. Nonostante la letteratura autopromozionale del liberalismo abbia sempre cercato di spiegare che il capitalismo, tradotto come «dolce commercio», era una via preferenziale verso la pacificazione internazionale, in realtà questo è sempre stata una conclamata falsità. E questo non perché il commercio non possa essere viatico di pace – può esserlo – ma perché l’essenza del capitalismo NON è il commercio, che ne è solo uno dei possibili aspetti.
L’essenza del capitalismo consiste in uno e un solo punto. Si tratta di un sistema sociale idealmente acefalo, cioè idealmente privo di guida politica, ma guidato da un unico imperativo categorico: l’incremento del capitale a ogni ciclo produttivo. Il cuore ideale del capitalismo è la necessità che i capitali rendano, cioè incrementino il capitale stesso. La guida di questo processo è affidata non alla politica – tantomeno alla politica democratica – ma ai detentori di capitale, ai soggetti che incarnano le esigenze della finanza.
È importante capire che il punto cruciale per il sistema non è che «vi sia sempre più capitale» in senso oggettivo, cioè che il monte di denari aumenti sempre più; momentaneamente esso può anche contrarsi. Il punto è che deve esistere sempre la prospettiva generale di un accrescimento del capitale a disposizione. In assenza di questa prospettiva – ad esempio in una perdurante condizione di «stato stazionario» dell’economia – il capitalismo cessa di esistere come sistema sociale, perché viene meno il «pilota automatico» rappresentato dalla ricerca di sbocchi agli investimenti.
Il punto va inteso squisitamente in termini di POTERE. Nel capitalismo, un determinato ceto detiene il potere e lo detiene in quanto affidatario della conduzione del capitale all’accrescimento. Se viene meno la prospettiva di accrescimento, l’esito è tecnicamente RIVOLUZIONARIO, nel senso specifico in cui il ceto che detiene il potere deve cederlo ad altri – ad esempio a una guida politica mossa da principi o idee guida, come è stato più o meno sempre nella storia (prospettive religiose, prospettive nazionali, visioni storiche). Il capitalismo è il primo e unico sistema di vita nella storia umana che non cerca di incarnare alcun ideale e che non tende ad andare in nessuna direzione specifica. Si aprirebbe qui un’interessante discussione sul nesso tra capitalismo e nichilismo, ma vogliamo concentrarci su di un altro punto.

2. La «caduta tendenziale del saggio di profitto»
Nella natura del sistema è implicita una tendenza esaminata per la prima volta da Karl Marx sotto il nome di «caduta tendenziale del saggio di profitto». Si tratta di un processo intuitivo. Da un lato, come abbiamo visto, il sistema esige di ricercare costantemente la crescita, trasformando il capitale in investimento generatore di altro capitale. Dall’altro, la competizione interna al sistema tende a saturare tutte le opzioni per accrescere il capitale, realizzandole. Tanto più la competizione è efficiente, tanto più veloce è la saturazione dei luoghi dove fare margine. Questo significa che con l’andare del tempo il sistema capitalistico genera strutturalmente un problema di sopravvivenza per il sistema medesimo.
Il capitale disponibile si accresce costantemente e cerca impieghi «produttivi», cioè capaci di generare interessi. La crescita del capitale è legata alla crescita delle prospettive di crescita futura del capitale, in un meccanismo che si autoalimenta. È sulla base di questo meccanismo che ci si ritrova in situazioni come quella prima della crisi subprime, quando la capitalizzazione sui mercati finanziari globali era di 14 volte il PIL mondiale. Questo meccanismo produce la costante tendenza alle «bolle speculative». E questo stesso meccanismo produce la tendenza alle cosiddette «crisi di sovrapproduzione», espressione comune ma impropria, in quanto dà l’impressione che ci sia un eccesso di prodotto a disposizione, mentre il problema è che c’è troppo prodotto solo rispetto alla capacità media di acquistarlo.
Costantemente, fatalmente, il sistema capitalistico si trova ad affrontare crisi generate da questa tendenza: masse crescenti di capitale premono per essere messe a frutto, in un processo esponenziale, mentre le capacità di crescita sono sempre limitate. Perché una crisi si faccia sentire non è necessario che la crescita si arresti, basta che non sia all’altezza della montante richiesta di margini. Quando ciò accade, il capitale – cioè i detentori del capitale o i loro gestori – iniziano ad agitarsi in maniera crescente, perché la propria stessa sopravvivenza come detentori di potere è messa a repentaglio.
3. La ricerca frenetica di soluzioni
Quando la compressione dei margini si approssima si apre la frenetica ricerca di soluzioni. Nella versione autopromozionale del capitalismo, la soluzione principe sarebbe la «rivoluzione tecnologica», cioè la creazione di una nuova prospettiva promettente di generazione di profitto attraverso un’innovazione tecnologica. La tecnologia è realmente un fattore che accresce la produzione e la produttività. Se accresca anche i margini di profitto è questione più complessa, perché non basta che vi sia più prodotto affinché il capitale si accresca, ma deve esservi più prodotto ACQUISTATO.
Questo significa che i margini possono crescere davvero in presenza di una rivoluzione tecnologica solo se l’aumento di produttività si ripercuote anche in aumento generale del potere d’acquisto (salari), il che non è così scontato. Ma anche laddove ciò accada, le «rivoluzioni tecnologiche» capaci di aumentare produttività e margini non sono così comuni. Spesso ciò che si presenta come una «rivoluzione tecnologica» è ampiamente sopravvalutato nella sua capacità di produrre ricchezza e finisce per essere solo un riorientamento degli investimenti che genera una bolla speculativa.
In attesa di eventuali rivoluzioni tecnologiche che riaprano la sfera dei margini, la seconda direzione in cui viene ricercata una soluzione per riguadagnare margini di profitto è la pressione sulla forza lavoro. Questa pressione si può manifestare in compressione salariale e in molte altre modalità che incrementano l’area di sfruttamento del lavoro. Il diretto abbassamento dei salari nominali è una forma percorsa solo in casi eccezionali; più frequenti e facili da gestire sono i mancati recuperi dell’inflazione, la «flessibilizzazione» del lavoro in maniera da ridurre i «tempi morti», la «rigorizzazione» delle condizioni di lavoro, la dismissione di forza lavoro, eccetera.

Questo orizzonte di pressione presenta due problemi. Da un lato diffonde il malcontento, con la possibilità che questo sfoci in proteste, rivolte, eccetera. Dall’altro lato, la pressione sulla forza lavoro, in particolare nella dimensione salariale, riduce il potere d’acquisto medio, e corre così il pericolo di avviare una spirale recessiva (minori vendite, minori profitti, maggiore pressione sul monte salari per recuperare margini, conseguente riduzione delle vendite di prodotti, e così avanti).
Una forma collaterale di conquista di margini si ha con le «razionalizzazioni» del sistema produttivo, che sta concettualmente a metà strada tra innovazione tecnologica e sfruttamento della forza lavoro. Le «razionalizzazioni» sono riorganizzazioni che, per così dire, limano le relative «inefficienze» del sistema. Questa dimensione riorganizzativa di fatto si ripercuote quasi sempre in un peggioramento delle condizioni di lavoro, che diviene in sempre maggior misura dipendente dalle esigenze impersonali dei meccanismi di capitale.
Un ultimo orizzonte di soluzioni si presenta quando nell’equazione entra la sfera del commercio estero. Per quanto di principio i punti precedenti esauriscano i luoghi dove i margini di profitto possono crescere, di fatto prendendo in considerazione la sfera estera, le medesime occasioni di profitto si moltiplicano per le diversità tra Paesi. Invece di un incremento tecnologico interno si può avere accesso a un incremento tecnologico estero attraverso il commercio. Invece di una compressione della forza lavoro interna si può ottenere accesso a manodopera estera a buon mercato, eccetera.
4. Il declino del profitto
La fase attuale nella breve e cruenta storia del capitalismo che stiamo vivendo è caratterizzata dal venir meno progressivo di tutte le prospettive di profitto maggiori. Ci sarà sempre spazio per «rivoluzioni tecnologiche», ma non con una frequenza che possa star dietro a masse infinitamente crescenti di capitale che premono per essere messe a profitto. Ci sarà sempre spazio per ulteriori compressioni della forza lavoro, ma il rischio di creare condizioni di rivolta o di ridurre il potere d’acquisto diffuso pone limiti evidenti. Quanto al processo di globalizzazione, esso ha raggiunto i suoi limiti e ha iniziato un processo di relativo arretramento; la possibilità di trovare occasioni estere toto coelo differenti e migliorative rispetto a quelle interne si è drasticamente ridotta (bisogna pensare che quanto più le catene di produzione si estendono, tanto più sono fragili e tanto più possono comparire addizionali costi di transazione).
La crisi subprime (2007-2008) ha segnato un primo momento di svolta, portando l’intero sistema finanziario mondiale a un passo dal collasso. Per uscire da quella crisi si è ricorso a due leve. Da un lato a una pressione elevata sulla sfera del lavoro, con perdita di potere d’acquisto e peggioramento delle condizioni di lavoro a livello mondiale. Dall’altro lato a un incremento dei debiti pubblici – che a sua volta sono un vincolo indiretto imposto alle cittadinanze e alla forza lavoro, e vengono presentati come un onere da compensare.
La manifestazione Occupy Wall Street l’8 ottobre 2011 a Washington Square Park, a New York. Foto di David Shankbone. Licenza CC BY 3.0.
La crisi Covid (2020-2021) ha segnato un secondo momento di svolta, con caratteristiche non dissimili dalla crisi subprime. Anche qui gli esiti della crisi sono stati una perdita media di potere economico dei ceti lavoratori e un incremento dei debiti pubblici.
Tanto nella crisi subprime che nella crisi Covid, il sistema ha accettato una momentanea riduzione generale delle capitalizzazioni complessive, pur di riaprire nuove aree di profitto. Nell’insieme il sistema finanziario è uscito da entrambe le crisi con una posizione comparativamente più forte rispetto alla popolazione che vive del proprio lavoro. L’incremento dei debiti pubblici è di fatto un trasferimento di denaro dalla disponibilità della cittadinanza media alle cedole dei detentori di capitale.
Va notato che, per disinnescare gli spazi di contestazione e contrapposizione tra lavoro e capitale, il capitalismo contemporaneo ha spinto con tutte le sue forze per creare una cointeressenza in alcuni strati di popolazione, benestanti ma ben lontani dal contare qualcosa sul piano del potere capitalistico. Forzando le persone ad acquisire pensioni private, polizze assicurative fruttifere, spingendole a utilizzare i risparmi in qualche forma di titolo di Stato, si tenta (e riesce) a creare uno strato di popolazione che si sente «parte in causa» nelle sorti del grande capitale. Questi strati di popolazione fungono da «buffer zone», riducendo la disponibilità media a rivoltarsi contro i meccanismi di capitale.
La situazione attuale, in particolare nel mondo occidentale, è dunque la presente. Il grande capitale ha bisogno, per sopravvivere, di accedere a ulteriori continuative aree di profitto. Le popolazioni dei Paesi occidentali hanno visto erodersi le proprie condizioni di vita, sia strettamente in termini di potere d’acquisto, sia in termini di capacità di autodeterminazione, trovandosi sempre più vincolate a una molteplicità di vincoli finanziari, lavorativi, legislativi, tutti motivati dalle esigenze di «razionalizzazione» del sistema.
Le possibilità di trovare nuove aree di profitto all’estero si sono drasticamente ridotte, con il raggiungimento dei suoi limiti da parte del processo di globalizzazione. Questa è la situazione di fronte a cui i grandi detentori di capitale si trovano oggi. Nella loro ottica urge trovare una soluzione. Ma quale?
5. «Una parola paurosa e fascinatrice: guerra!»
Quando, nel canone occidentale, si presentano le guerre mondiali, cioè i due massimi eventi di distruzione bellica della storia umana, si presentano di solito all’insegna di alcuni colpevoli ben definiti: il «nazionalismo» (in particolare tedesco) per la Prima Guerra Mondiale, le «dittature» per la Seconda guerra mondiale. Raramente si riflette sul fatto che questi eventi hanno come epicentro il punto di sviluppo più avanzato del capitalismo mondiale e che la Prima guerra mondiale avviene al picco del primo processo di «globalizzazione capitalistica» della storia.
Senza entrare qui in un’esegesi delle origini della Prima guerra mondiale, è comunque utile ricordare come la fase che la precede e prepara è perfettamente inquadrabile in una cornice che siamo in grado di riconoscere. Dal 1872 circa inizia una fase di stagnazione dell’economia europea. Questa fase dà una spinta decisiva alla ricerca di risorse e forza lavoro all’estero, principalmente nelle forme dell’imperialismo e colonialismo.
Tutti i principali momenti di crisi internazionale che preparano la Prima Guerra Mondiale, come l’incidente di Fashoda (1898), sono tensioni nel confronto internazionale per l’accaparramento di aree di sfruttamento. La prima grande spinta al riarmo nella Germania guglielmina avviene per creare una flotta capace di contestare il dominio dei mari (che è dominio commerciale) dell’Inghilterra.
“Strada di Praga”, dipinto di Otto Dix del 1920 che descrive i soldati rimasti mutilati durante la Prima guerra mondiale. Foto di Fred Romero. Licenza CC BY 2.0.
Ma perché mai la guerra dovrebbe rappresentare un orizzonte di soluzione delle crisi generate dal capitale? La risposta è, a questo punto, abbastanza semplice. La guerra rappresenta una soluzione ideale per le crisi da «caduta del tasso di profitto» sotto quattro profili principali.
In primo luogo, la guerra si presenta come una spinta non negoziabile a investimenti massivi, che possono rilanciare un’industria esangue. Grandi commesse pubbliche nel nome del «sacro dovere della difesa» possono riuscire a estrarre le ultime risorse pubblicamente disponibili per riversarle in commesse private.
In secondo luogo, la guerra rappresenta una grande distruzione di risorse materiali, di infrastrutture, di esseri umani. Tutto ciò, che dal punto di vista del comune intelletto umano è una disgrazia, dal punto di vista dell’orizzonte di investimenti è una magnifica prospettiva. Infatti si tratta di un evento che «ricarica l’orologio della storia economica», eliminando quella saturazione delle prospettive di investimento che minaccia l’esistenza stessa del capitalismo. Dopo una grande distruzione si riaprono praterie per investimenti facili, che non hanno bisogno di alcuna innovazione tecnologica: strade, ferrovie, acquedotti, case, e tutto l’indotto di servizi. Non è un caso che da tempo oramai, mentre una guerra è in corso, dall’Iraq all’Ucraina, si assiste a una corsa preliminare all’accaparramento delle commesse per la futura ricostruzione. La più grande distruzione di risorse di tutti i tempi – la Seconda guerra mondiale – fu seguita dal più grande boom economico dalla Rivoluzione industriale.
In terzo luogo, i grandi detentori di capitale, che è capitale finanziario, consolidano comparativamente il loro potere sul resto della società. Il denaro, avendo natura virtuale, rimane intoccato da qualunque grande distruzione materiale (purché non sia un annichilimento planetario).
In quarto e ultimo luogo, la guerra congela e arresta tutti i processi di potenziale rivolta, tutte le manifestazioni di scontento dal basso. La guerra è il meccanismo definitivo, il più potente di tutti, per «disciplinare le masse», ponendole in una condizione di subordinazione da cui non possono uscire, pena l’essere identificati come complici del «nemico».Per tutte queste ragioni l’orizzonte bellico, per quanto al momento lontano dagli umori predominanti nelle popolazioni europee, è una prospettiva da prendere estremamente sul serio. Quando oggi alcuni dicono – ragionevolmente – che non ci sono le premesse culturali e antropologiche perché la società europea si disponga seriamente alla guerra, mi piace ricordare quando – annusando gli umori della massa – Benito Mussolini passò in pochi anni dal pacifismo socialista alla celebre chiusa del suo articolo sul Popolo d’Italia, il 15 novembre del 1914: «Il grido è una parola che io non avrei mai pronunciato in tempi normali e che innalzo invece forte, a voce spiegata, senza infingimenti, con sicura fede, oggi: una parola paurosa e fascinatrice: guerra!».