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Identità e mito di appartenenza

di Giulio Maria Chiodi - 28/06/2007

Fonte: centrostudimeridie

                                                           

 

Seattle, capo pellerossa della tribù Suquamish, rispose nel 1853 alla richiesta, avanzata dal presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce, di consegnare al governo federale il suo territorio: «Qualsiasi cosa accada alla terra, presto accadrà ai figli della terra. Se l’uomo sputa sul terreno, sputa su se stesso. Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, l’uomo appartiene alla terra […] L’uomo non ha tessuto l’ordito della vita, lui non è che un filo. Qualsiasi cosa faccia all’ordito, la fa a se stesso. […] Contaminate il vostro letto e soffocherete, una notte, nei vostri stessi rifiuti. Dov’è la boscaglia? Scomparsa. Dov’è l’aquila? Scomparsa. La fine della vita è l’inizio della sopravvivenza».[1]

  La citazione, che ai più può suonare soltanto di ammonimento ecologico, è anche appropriata ad avviare una riflessione più generale sull'appartenenza e, in particolare, sulle condizioni del venire meno di un preciso sentimento di appartenenza. Il significato fondamentale è palese e non di poco conto: perdere la propria terra segna per un popolo la fine della vita e l'inizio della sopravvivenza.

  È indiscutibile che la terra sia da considerare un territorio naturale e che un suo spazio, quando ci ospita fisicamente, ci diventi anche abituale. Ma il territorio non è un luogo inerte. Con lo scorrere del tempo il territorio incorpora qualità che potremmo quasi definire sacrali; esse derivano da quella specifica consacrazione costumale, che dipende dal lavoro e dal travaglio delle generazioni che l'hanno abitato, dal sangue versato di chi l'ha difeso con le armi contro il nemico, dalle memorie conservate nelle sue costruzioni, nei suoi monumenti e nelle sue rovine o tramandate ai discendenti dalla parola e dalle opere dei predecessori. Proprio in virtù di tali qualità, l'immagine della terra assume significati traslati e diventa per una collettività simbolo e metafora di dimensioni identitarie e depositaria immaginale delle idealità che danno anima e vita, protezione e ambiti di autoriconoscimento alla popolazione che vi vive.

  La "propria terra" diventa così tutto quanto è coltivato e reso fertile dal vissuto generazionale e dalle memorie, dall'amore e dall'orgoglio di chi vi nasce, vi cresce, vi opera. L'immagine della terra o del territorio si fa simbolo di ciò che si è coltivato e si coltiva, ma che nel contempo ci coltiva e ci alimenta (cioè di "cultura" nel significato stretto che la lingua tedesca attribuisce al concetto di Kultur); si fa realtà non più soltanto spaziale, ma anche temporale, cronotopica, nelle quale si stratificano e si perpetuano le continuità della natura e della creatività umana in un vissuto coeso e inscindibile. La "propria terra" si trasforma in tal modo nell'elemento vitale animatore di cariche ideali, in un mondo di tensioni dell'essere e del pensare, in un insieme di energie patiche che, elevandosi dalla mera fisicità di uno spazio materiale, convergono per formare il vero ubi consistam, nonché il quomodo vissuto, di una comunità. E ciò fino a diventare altresì una vera e propria "terra differita", cioè da raggiungere, da conquistare o da meritare, similmente alla biblica "terra promessa". Il senso di vita, le mete da conseguire, la direzione dell'agire, la progettualità, le convinzioni e le credenze, le idealità, che si coimplicano in questo insieme, costituiscono un complesso che trova il suo centro unificante, e in ultima analisi le motivazioni del profondo, in  quello che definiamo sentimento di appartenenza.

  Non bisogna arzigogolare intorno alle accezioni di “appartenenza”, ma è bene comunque precisare. È evidente che i quesiti “a chi o a che cosa si appartenga” sono specificazioni necessarie per comprendere il senso che si attribuisce ad appartenenza. Sono certamente necessarie, ma non sufficienti. Chiedersi prima di tutto “a chi” o “a che cosa” un soggetto appartenga pretende anche di affrontare un altro quesito qualificatore: “in funzione di che cosa” o “a quale titolo”, “quali caratteri possiede l’appartenenza”? Solo rispondendo a queste domande ci si può approssimare ad una più precisa idea di "appartenenza". Appartenere può voler dire “essere di”, “dipendere da”, “far parte di”, concetti che si possono considerare per lo più riferiti a modalità oggettive dell’appartenenza. Ma decisive sono anche, e soprattutto, quelle soggettive che vi sono implicate, giacché l’appartenenza non si risolve soltanto in un vincolo necessario o, all’opposto, volontario. Abitualmente si dice: lo schiavo appartiene al padrone, un funzionario appartiene ad una determinata istituzione pubblica, un impiegato o un operaio appartengono a un’azienda, così come appartengono ad un apparato pubblico o privato i rispettivi dipendenti; e poi gli innamorati si appartengono a vicenda, un cittadino appartiene al proprio paese, un fedele alla propria chiesa o religione, un giocatore alla propria squadra; ugualmente si danno appartenenze ad un’etnìa, ad una famiglia, a un contesto di amici, all’insieme di praticanti una medesima attività di lavoro o di diporto, ad un circolo ricreativo, ad una comunità sociale, ad un territorio, ad un’associazione, ad un ordine, a una setta o a una congrega di malavitosi. La fenomenologia, ovviamente, è inesauribile.

  In taluni di questi esempi l’appartenenza è palesemente opzionale e, perciò, chiama in causa maggiormente fattori legati alla psicologia e all’idioaffettività personali; in altri casi essa è segnata invece addirittura dalla nascita o comunque è data per natura, in altri ancora risulta imposta dall’esterno o almeno in parte condizionata da necessità sociali, oppure si manifesta come espressione tipicamente costumale.

   Perciò sentire o sapere di appartenere a qualcosa non significa di per sé automatica accettazione dello status che comporta. Tuttavia, quella dell'appartenenza è una condizione ineludibile e di essa contano la natura e gli aspetti costitutivamente esistenziali. Dall'appartenenza ad un qualsiasi movimento a un circolo privato, a un’istituzione o a un’etnìa, e perfino a un’ideale soggettivo o a una vocazione personale, ciò significa ritrovarvi in tutto o in parte fattori rassicuranti per la propria personalità e quindi per la propria identità. Perciò anche l’immagine che si ha di se stessi, o che fa da guida anche inconsciamente ai nostri comportamenti, è decisamente determinata dal sentimento di appartenenza ad alcunché.

  Da mettere qui in risalto è il sentimento di appartenenza cosciente ad un'entità collettiva dotata di proprie radici costumali e propri fondamenti culturali, dei quali non deve dare ragione ad altri. L’esempio più diretto è quello di una comunità socio-politica. Diciamo subito l’essenziale: viene chiamato in causa direttamente un mito, il mito di appartenenza, che cela in sé il mito dell’origine. Si tratta di un mito che non può essere inventato, che non consente di individuare autori; è un vissuto che si celebra e che si tramanda, facendosi con ciò fonte di autoriconoscimento collettivo e di identità dinamicamente intesa, in cui si condividono destini comuni, per il quale nei casi estremi ci si sente anche disposti a morire. Non è mai frutto di proclamazioni; queste, se si danno, ne sono solo manifestazioni solenni ed esteriori. I miti non si possono immaginare confezionati. Infatti è il mito che fa i soggetti che lo vivono, e non viceversa.

  Guardandoci intorno, quali miti di appartenenza ci fanno soggetti e danno anima alla nostra società? La domanda ci induce facilmente a pensare, tutt’al più, a miti regressivi, cioè da una parte a miti meramente connessi col corporeo e col benessere fisico-materiale e, dall'altra, a miti solo imitati, cioè riflessi e provincialmente importati e per lo più effimeri come le mode superficiali. La loro diffusione nelle più banali quotidianità e il loro assillare incessante attestano in realtà la carenza o addirittura l'inesistenza di consistenti miti di appartenenza.

  Il mito di appartenenza ha sempre un’origine epica, se proprio non la si vuol dire eroica, ed esso ne conserva e perpetua la memoria, ne tramanda gelosamente e orgogliosamente il ricordo. Nei miti di appartenenza si rintraccia sempre il loro originario nucleo epico. Esso si riconosce nel vissuto che si ritualizza, si esprime, si rappresenta, si celebra, si interiorizza nei costumi e che si dà come dato di fatto indiscutibile. Quando quel nucleo è inconsistente, perduto o volutamente respinto, la comunità non è più tale, perché si priva della propria identità.

  L’esempio dell'attuale Europa è sotto gli occhi di tutti. I suoi autoinvestitisi costituenti hanno ignorato completamente la necessità di farsi interpreti di una realtà di natura mitica, che è una condizione primaria per una vera aggregazione civile e culturale, immaginando di contro una grande comunità senza alcun mito fondativo storicamente radicato, sostituendolo, invece, con cerebrali e perfino tendenziosi concetti ideologico-programmatici. Quegli aspiranti costituenti, infatti, hanno sprecato tempo ed energie per discutere preamboli costituzionali, erigendosi a sommi legislatori e perdendosi in dispute pateticamente cariche di pregiudizi intellettuali, morali e politici, coprendo di fatto tutt’altri interessi materiali. E non è casuale che non abbiano nemmeno sfiorato – o, peggio ancora, abbiano pavidamente evitato – il terreno sul quale si sarebbero potuti rintracciare almeno frammenti dell'epos nucleare e fondativo dell'Europa, quello cioè che si colloca nel medioevo romano-germanico e che ha dato vita alle crociate, durante le quali è stato versato sangue in battaglia per una causa comune. Piaccia o non piaccia, è qui che si è delineato il primo sentire europeo, se non nel nome, certamente nel fatto. È qui che si è manifestata una dimensione di carattere epico, capace anche di trasformarsi poi in leggenda. È qui che si è acquisita un'idea di universalità, tratta dalla tradizione della civiltà mediterranea, unitamente a un'idea di convergenza di particolarità, tratta da ascendenze celtico-germaniche. È qui che si è formata e posata la prima pietra di una forza unificante di quel mondo pluralistico che chiamiamo Europa. È qui, infine, l’unica possibilità di reperire un mito fondativo europeo. Ignorare ciò o addirittura negarlo ed osteggiarlo – come in realtà sta accadendo – dice molto sull'inconsistenza di un'anima identitaria genuinamente europea. L'esempio è molto istruttivo.

  Pensare ad un ordinamento socio-politico-identitario partendo da idee di giustizia, di morale, di benessere, di legalità, o dalla stesura di dichiarazioni e di carte costituzionali, senza il riconoscimento legittimante di alcun mito di appartenenza, significa ragionare da sprovveduti imitatori dei greci, certo impareggiabili maestri di filosofia ma non già di istituzioni di governo; e significa non ragionare da continuatori dei romani, molto meno filosofi dei greci ma molto più costruttori di ordini di governo. Significa, detto altrimenti, pensare ad una polis allargata, cioè a un mondo monistico chiuso dentro le mura dei suoi principî e di sue regole proclamate, ma di fatto privo di epos e di energia mitica, e significa non pensare affatto ad una res publica universalistica, aperta alla pluralità e dotata di quella libertas che sa tracciare gli spazi di una convivenza delle diversità e che consente la convergenza ordinata delle possibili e disformi appartenenze.

  Non va dimenticato, in ultima analisi, che una comunità dotata di forza identitaria e che vive con consistenza ciò che le dà vita, non si costruisce, dunque, enunciando precetti morali o filosofici né promulgando regole più o meno giuridiche. Nella sua istintiva e consuetudinaria “praticità” riconosce spontaneamente la propria identità e sa prendere le mosse a partire dalle proprie radici storiche; se ciò non accade, è destinata alla dispersione e all’asservimento. E non servono assolutamente, in proposito, gli universalmente invocati principî democratici. È in uso, infatti, affidare quasi esclusivamente alle procedure democratiche il riconoscimento di identità collettive e di appartenenze politiche. Possiamo parlare invece di parodia democratica? Quando il voto elettorale di chi sa ragionare vale esattamente quanto quello dello sciocco, quando il voto del costumato vale come quello dello spregiudicato, quando le teste contano solo per quantità e non per contenuto, ciò può avere senso e credibilità soltanto se vi sia compattezza intorno a profonde convinzioni comuni e quindi soltanto se viga un solido sentimento di appartenenza comune, cioè in presenza di un forte mito di appartenenza. Altrimenti ogni pretesa democrazia si risolve solo in bassa demagogia. Ma esiste quel solido sentimento? Quella unità? Quel mito?

 Le appartenenze correnti, in effetti, appaiono alquanto simulate e per di più superficiali, artefatte ed effimere, dirette da operazioni di mercato, dalla pubblicità, dalle clientele politiche. Quando i popoli non hanno più una terra nemmeno ideale, cessano quindi di essere popoli; diventano massa informe. Se la società non ha più ideali né più coltiva credenze stabili; diventa massa informe. Se le identità regrediscono alla materialità biologica, gli obbiettivi, come diceva la sapienza atavica del capo indiano Seattle, diventano solo quelli della sopravvivenza, e la sopravvivenza sembra ormai solo quella della specie. La regressione che ripiega sul biologico, una sorta di significante puro, è effetto soprattutto del problema della sopravvivenza della vita stessa sul pianeta e della mondializzazione del modo di risolverlo. La conservazione dell'ambiente naturale e della sua salubrità, le risorse energetiche indispensabili, la soddisfazione dei bisogni basilari sollevano quesiti, spesso inquietanti, di portata globale, che si presentano sempre più come prioritari e determinanti. Non c'è dubbio che il configurarsi di una realtà di emergenza costituisce la forza più aggregante, ma le modalità di affrontarla possono essere molto differenziate e non è detto che le soluzioni di stampo globalistico – appartenenti del resto alle stesse logiche che provocano il problema – siano le uniche, le migliori e più convincenti. In ogni caso queste ultime, per rimanere più strettamente nel nostro tema, sono radicalmente connesse con l'individualismo di massa.

  L’individualismo di massa, emblematicamente epocale – che poi è falso individualismo, grazie alla serialità che lo ispira – si fonda su presupposti di inappartenenza. Si afferma anche sulla concezione di un’umanità tendenzialmente indifferenziata. Il principio adottato, per il quale gli uomini sono tutti uguali (“per natura” si suole ancora dire), combinato con una concezione sostanzialmente materialistica, riduce praticamente gli uomini stessi ad esemplari di una specie zoologica. Uguaglianza coincide con indifferenza nel duplice senso del termine: nessuna differenza da individuo ad individuo e disinteresse per ciascuno come tale. Le appartenenze dettate da mitismi indotti ed effimeri, da mode e da modelli pubblicizzati dalla diffusione di massa o da ideologie clientelari, pubbliche e private, sono il riflesso dello sradicamento dalle appartenenze culturali e offrono l'aspetto più immediatamente vistoso del semplice e insignificante sopravvivere.

  È così che nell'insignificanza della semplice sopravvivenza anche l'etica (che non può che essere legata ad un costume) diventa non solo problematica, ma assolutamente arbitraria. In suo luogo subentrano il conformismo e l'aggressività del risentimento. È così che anche la comunicazione, che oggi pare aver acquisito uno statuto a pieno titolo ontologico, prende il posto della conoscenza. Messaggi enfatici e insignificanti si impossessano di tutti, facendoli preda del sensitivo di massa; e, prescindendo dalla qualità dei contenuti e dei significati trasmessi, tutti possono o debbono dire, mentre nessuno effettivamente ascolta, anche perché nel frastuono si finisce per non aver nulla da ascoltare. E ancora una volta l'esito è conformismo e risentimento aggressivo. Sono entrambi segni patenti di uno stato di inappartenenza e, quindi, di precarietà, provvisorietà, inconsistenza. Può qui tornare di comodo ricitare il caso dell'Europa. Pluralistica, ma non localistica; universalistica, ma non uniformistica. Questa sua vocazione storica, e in essa la sua identità e i suoi possibili miti di appartenenza, sono stati infranti con la seconda guerra mondiale, dopo la quale è incominciata la sua vita gregaria. Dapprima divisa in due blocchi, l'americano e il sovietico – nessuno dei quali corrispondente alla propria anima storica – ne ha perpetuato poi stancamente e pateticamente l'eredità anche al loro venir meno, come se si trattasse delle sue due uniche identità culturali degne di attenzione, al di fuori delle quali ci sarebbero soltanto il nulla o il nazifascismo. Si danno, dunque, anche identità autolesionistiche? Di fatto, la sua civiltà universal-pluralistica si è bloccata nel tempo, arrestandosi problematizzata al periodo intercorso tra le due grandi guerre. Con la seconda guerra la sua linfa vitale si è arrestata, le sue vene sono state recise.[2]

  Come recuperare un mito di appartenenza? Nessuno lo può stabilire. Ma chiunque è in grado di comprendere l'inopportunità di continuare ad assecondare la pianificazione del costume, a diffondere i luoghi comuni omologanti di un benessere esteriore, a contrastare lo sviluppo delle peculiarità e delle continuità di singole aree territoriali e culturali, a favorire la politica degli sradicamenti, a inseguire i miraggi della pubblicità e della comunicazione di massa, a concedere consenso politico agli apparati burocratizzanti e livellatori. Si apre, così, una sfida: tra le macerie del recente passato riuscire a reperire i filoni non ancora spenti e quelle vene recise non ancora essiccate. È un grande ed ardito experimentum epocale, che ha della cerca cavalleresca ed è il modo di riattivare miti identitari e non artificiosi. Lo spirito con cui affrontare questo compito è quello che sa muoversi oltre le barriere dell'insignificanza e che ha lo sguardo fisso alla propria meta. Similmente al cavaliere della famosa incisione di Dürer, che non cede né al tentatore né alla morte e punta al castello della vetta, mit ruhigem und festem Schritt nella corazza della sua volontà.

 

                                                                        



[1] La citazione è tratta da Riccardo Taraglio, Il vischio e la quercia. Spiritualità celtica nell’Europa druidica, Edizioni L’età dell’Acquario, Grignasco (No), 1997, p.14, dove è detto che la fonte documentaria è presso lo “Smithsonian Institute – Washington D.C.” e presso gli “U.S. Congressional Archives of Library”.

[2]  Cfr. Giulio Maria Chiodi, Vene recise (la storia e l'Europa), in "Letteratura e tradizione", a: IV, n. 18, 2001.