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Esiste l'anima dell'uomo nella filosofia buddhista?

di Francesco Lamendola - 03/05/2008

 

 

 

Uno degli aspetti più interessanti - e, per un occidentale, più sconcertanti - della ontologia buddhista è la sua dottrina relativa al sé o anima individuale. Nel panorama della filosofia europea, ben pochi pensatori si sono spinti fino a dubitare dell'esistenza del sé; o, se lo hanno fatto - come Cartesio - sono poi passati ad affermarne risolutamente la consistenza ontologica, sulla base del cogito inteso quale auto-evidenza della coscienza.

Invece, molti ritengonono che, nel buddhismo, la dottrina della non esistenza dell'anima individuale occupi una parte molto significativa nell'insieme di questa filosofia; cosa che appare tanto più sconcertante agli occhi di quegli occidentali, i quali pensano il buddhismo soprattutto in termini di religione. Altrettanto sconcertante, invero, è la posizione buddhista circa il problema dell'esistenza di Dio, che viene, se non negata, messa tra parentesi, almeno nella corrente più antica, quella Theravada. E grande fu l'imbarazzo dei primi missionari gesuiti che, giunti in Cina nel XVII secolo, ebbero l'impressione di essere giunti in una grande e civilissima nazione che non aveva, però, la nozione del divino in senso personale; e ciò guardando non solo al buddhismo, ma anche al confucianesimo e al taoismo.

A questo proposito, è noto l'apologo del Buddha e dei suoi discepoli che lo interrogavano circa l'esistenza di Dio. Al primo, che gli aveva chiesto: «Maestro, è vero che Dio non esiste?», egli rispose: «No, non esiste». Al secondo, che lo aveva interpellando dicendo: «Maestro, Dio esiste, non è vero?», egli replicò: «Certo, Dio esiste». E a un terzo, che - osservata la scena - gli aveva chiesto ragione di quelle due risposte così diametralmente antitetiche, egli disse: «A ciascuno di essi ho detto quello che egli desiderava sentirsi dire. Ma chi vuole trovare la risposta a tale interrogativo, non deve attenderla da altri, bensì cercarla in sé stesso».

Resta comunque il fatto che tanto su Dio, quanto sull'anima individuale, Buddha non volle mai precisare la natura del suo intimo convincimento: si tratta, infatti, di due problemi certo importantissimi, ma di genere prettamente metafisico; mentre egli volle sempre rimanere sul terreno concreto della psicologia, della fenomenologia e dell'etica.

La convinzione comune, in Occidente, è che la dottrina Theravada escluda esplicitamente l'esistenza di un sé o anima individuale. Vedremo tra poco che si tratta di una notevole semplificazione di una questione assai più complessa, anche limitandoci a considerare «l'anima» come una entità relativamente unitaria e non volendo distinguere, in essa, diversi livelli di consistenza ontologica: tre, secondo gli antichi Egiziani; e ben sette, ad esempio, fra i moderni antroposofi, seguaci di Rudolf Steiner.

Un dato interessante è che la negazione dell'esistenza dell'anima, così come generalmente si intende questo concetto in Occidente, non impedisce affatto ai seguaci del Theravada - così come a tutti gli altri seguaci del buddhismo, per non parlare dell'induismo - di credere alla dottrina della reincarnazione (che essi, per la verità, preferiscono definire "rinascita", e vedremo perché). Infatti, come osserva la ricercatrice inglese Joan Forman nel suo interessante libro La maschera del tempo (titolo originale: The Mask of Time, 1978; traduzione italiana di Ugo Dèttore, Milano, SIAD Edizioni, 1979, p. 188):

 

Una delle principali autorità moderne sulla reincarnazione è il dott. Ian Stevenson, professore di psichiatria all'Università della Virginia. A suo parere non è necessario credere nell'anima per credere nella reincarnazione, ed egli porta a esempio i buddhisti Theravada, i quali sostengono che l'uomo possiede non già un'anima ma un gruppo di processi mentali sempre cangianti.

 

E, visto che è stato citato il dott. Stevenson, siamo andati a verificare il contesto originario della sua affermazione, nel suo ampio studio (oltre 500 pagine) intitolato Reincarnazione. Venti casi a sostegno (titolo originale: Twenty Cases Suggestives of Reincarnation, American Society for Psychical Research, 1966; traduzione italiana a cura di Paquale Brazzini e Piero Bona Veggi, Milano, Armenia Editore, 1975, pp. 124-125):

 

Gli Indù credono nella persistenza dopo la morte fisica di un elemento essenziale, o Atman, in ogni individuo, idea che grosso modo, corrisponde all'idea dell'anima nell'occidente.  L'Atman (dopo un intervallo variabile) si associa a un nuovo organismo fisico ed entra in esistenza terrena di nuovo, continuando così l'ascesa (o il declino) della personalità che visse prima. Queste idee richiamano il postulato di un'entità continua e presumibilmente permanente. Al contrario, molti buddhisti, specialmente del ramo Theravada, non credono nella persistenza di un'entità od anima permanente. Secondo loro vi è un flusso costante di azioni, di desideri, di effetti e reazioni, ma non un'anima persistente. Quando uno muore, gli effetti accumulati delle sue azioni pongono in movimento un'ulteriore corrente di eventi che portano a nuove conseguenze, una delle quali può essere la nascita terrena di un'altra personalità. Se la prima personalità ha conquistato il distacco dai desideri sensuali, può avvenire la nascita in un altro 'piano', invece di una nuova nascita terrena.  Ma questa personalità rinata si riallaccia alla precedente solo come la fiamma di una candela (prima che essa si estingua definitivamente) può accendere la fiamma di un'altra candela. I buddhisti spesso preferiscono il termine 'rinascita' a quello di 'reincarnazione' per mettere in rilievo questa distinzione. Differenti scuole di buddhismo accettano concetti in qualche modo differenti di ciò che può persistere dopo la morte fisica. Ma concordano (d'accordo con gli indù) nel credere che la condotta di una personalità può avere effetti sul comportamento, sull'organismo fisico e sugli eventi della vita di una successiva personalità.

 

In realtà, la credenza che la scuola Theravada neghi, sic et simpliciter, l'esistenza dell'anima individuale, è il risultato di una eccessiva semplificazione.

Alla base della meditazione buddhista vi sono due convinzioni fondamentali: che il corpo sia un'illusione creata dalla mente  e che ogni cosa, compreso il corpo, sia una manifestazione del dharma, ossia delle forze e delle particelle subatomiche (che sono invisibili, ma non irreali). Theravada e Mahayana differiscono riguardo alla "materia" di cui è composta la realtà: i seguaci del primo ritengono che i dharma siano reali, benché transitori; mentre quelli del secondo ritengano che essi esistano nella dimensione fenomenica, ma non in quella dell'Assoluto.

In altre parola il Theravada - più concreto e meno speculativo - ritiene che non solo la realtà fenomenica, ma anche quella coscienziale, siano mera illusione, reali essendo solo i dharma; mentre il Mahayana ritiene che, nella dimensione trascendente, non esistano né l'Atman, né i dharma. Ecco perché quest'ultimo insegna che i quattro elementi universali (aria, acqua, terra e fuoco) sono "il vuoto" (in cinese: si da jie kong). Di conseguenza, anche la concezione del nirvana varia profondamente dall'uno all'altro: per il Theravada esso è l'estinzione del desiderio, del rancore, dell'illusione; per il Mahayana, esso è l'esperienza diretta della realtà cosmica, la luminosa comunione con il Tutto.

 

Scrive Wong Kiew Kit, successore del monaco Jiang Nan del monastero Shaolin e insegnante all'Istituto Shaolin  Wahnam Kung Fu, ne Il grande libro dello Zen (titolo originale: The Complete Book of Zen, 1998; traduzione italiana di Silvia Castoldi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1999, pp. 67-70 e 77-78):

 

la questione più controversa del Buddhismo è probabilmente quella dell'esistenza dell'anima. Il maestro Theravada Walpola Rahula afferma:

«Il Buddhismo è l'unico nella storia del pensiero umano a negare l'esistenza di un'anima, Sé o Atman. Secondo gli insegnamenti del Buddha, l'idea del sé è una credenza falsa e immaginaria, che non ha alcuna corrispondenza nella realtà, e che produce pensieri dannosi come "me" e "mio", desideri egoistici, brama, attaccamento, rancore, malvagità, presunzione, orgoglio, egoismo e altre forme di corruzione, impurità e problemi».

Tuttavia tali affermazioni vanno attribuite unicamente al Buddhismo Theravada, perché senza dubbio gli insegnamenti Mahayana e Vajrayana affermano che l'anima esiste.

Il professor Kenneth Ch'en afferma che «Durante il periodo Han i precedetti fondamentali del Buddhismo erano l'indistruttibilità dell'anima e il ciclo di rinascita e karma». In effetti l'anima era uno degli argomenti principali di cui si servivano i confuciani e taoisti per attaccare il Buddhismo all'epoca in cui esso si diffuse in Cina. Sad esempio, Fan Chen criticò il concetto buddhista dell'indistruttibilità dell'anima, sottolineando l'opinione confuciana secondo cui, dato che non conosciamo neppure la vita, non possiamo certo conoscere la morte. Hui Lin, nel suo Pai Hei Lun (Trattato sul bianco e il nero), accusò i buddhisti di tentare e spaventare i fedeli creando i concetti di paradiso e inferno per le loro anime. Replicando a questo attacco, il laico buddhista del III secolo Mo Tzu, in Li Huo Lun (Trattato sul chiarimento dei dubbi, la prima opera sul Buddhismo scritta da un cinese), affermò che la credenza nell'esistenza dell'anima era già presente nella pratica cinese autoctona. Il famoso maestro buddhista cinese del IV secolo Hui Yuan, nel suo Shen Pu Mieh Lun (Trattato sull'indistruttibilità dell'anima), si servì di citazioni tratte da Chuang Tzu e Wen Tzu a sostegno della concezione buddhista dell'anima. Un altro famoso maestro cinese, Tao Sheng, chiese: «Se non esiste un Sé permanente nel samsara, esiste un sé permanente nel nirvana? Se non esiste alcun sé, che cosa entra nel nirvana?».

La credenza nell'anima è indubitabile anche nel Buddhismo Vajrayana. Ad esempio, nella grande liberazione attraverso l'udito nel bardo, una funzione celebrata dai tibetani per i loro morti (e descritta in versione popolare nel Libro Tibetano dei morti), l'anima viene guidata attraverso il bardo, o l'intervallo tra la morte e la nascita, nella speranza che possa liberarsi e non sia costretta a reincarnarsi. Quella che segue è una delle preghiere di liberazione che il monaco officiante insegna all'anima perché possa recitarla nel bardo:

 

Quando vago nel samsara, attraverso un intenso desiderio,

sul luminoso sentiero della saggezza che discrimina,

possa il benedetto Amitabha precedermi,

e la sua consorte Pandaravasini seguirmi;

aiutatemi ad attraversare il periglioso sentiero del bardo

e conducetemi nel perfetto stato di Buddha.

 

Il Buddha non ha mai dichiarato in maniera categorica che l'anima non esiste. Occasionalmente, ha parlato del pudgala, o del sé; altre volte ha nominato il non-sé; ma in altre circostanze non ha menzionato né il sé né il non-sé. Tutte le scuole buddhiste, compresa quella Theravada, accettano le cinquecento vite passate del Buddha Gautama. Lo stesso sé è passato attraverso tutte queste reincarnazioni. Il Buddha ha affermato chiaramente che in una di tali reincarnazioni il sé chiamato Sunetra era lui stesso.

Il concetto di anima o di sé viene nominato anche in importanti scruti Theravada. Il dottor RuneE. A. Johansson afferma che «la Digha Nikaya riporta un gran numero di opinioni su questioni speculative. Gli argomenti discussi erano soprattutto la natura dell'anima e del mondo, la natura della virtù e i suoi risultati, l'esistenza di un altro mondo, e se l'anima e il mondo abbiano o meno una causa». L'Abhidharma descrive gli otto tipi di esseri illuminati come gli otto pudgala o sè. Uno studioso occidentale del Buddhismo, il professor Edward Conze, conclude che «i maestri ortodossi dovettero ammettere l'esistenza di tali brani, ma affermarono che in realtà non volessero dire ciò che dicevano».

Nella citazione qui di seguito riportata, lo studioso del Buddhismo Theravada, il professor Jayatilleke, , ha evitato di servirsi dell'espressione "anima"o "sé", sostituendolo con l'espressione "spirito disincarnato".

«La legge della continuità, nota ai più come rinascita, assicura la persistenza della coscienza dinamica dell'individuo con la morte del corpo fisico. Se tale non-coscienza non viene indirizzata verso mondi più elevati dallo sviluppo mirale e spirituale del soggetto, di solito si dice che rimane nella sfera dello spirito (pettivisaya) come spirito disincarnato, e di conseguenza rinasce come  essere umano».

Anche tra i seguaci Hinayana, da cui ebbe origine la scuola Theravada, vi erano molti che affermavano esplicitamente di credere nell'esistenza dell'anima. Queste scuole erano note collettivamente come pudgalavadiane, a causa della loro credenza inequivocabile  nel pudgala, o sé. I pudgalavadiani costituivano una percentuale molto consistente dei seguaci Hinayana: il famoso pellegrino cinese Yuan Zang nel VII secolo contò 66 mila monci pudgalavadiani su un totale di 250 mila.

Perché, allora, insegnò la dottrina della non- anima? Senza comprendere la saggezza superiore del Buddhismo, questa dottrina fondamentale (cruciale per l'ottenimento della perfetta illuminazione) può essere facilmente interpretata nel senso che i buddhisti non credevano nell'anima individuale… (…)

"Comprendere la natura del dharmna per raggiungere lo stato del Buddha non significa semplicemente capire gli insegnamenti del Buddha e diventare moralmente puri e liberi dalla sofferenza, come Gautama. Questa condizione è un prerequisito; l'espressione va oltre tale stadio preparatorio.  Essa implica comprendere che la natura del dharma è il vuoto (cioè che il mondo fenomenico è una illusione), raggiungendo così l'illuminazione perfetta. Qui dharma si riferisce alle forze e alle particelle subatomiche che si manifestano come fenomeni, e non agli insegnamenti del Buddha. «Buddha» in questa espressione indica l'Eterno Buddha, e non la manifestazione fisica nota come Buddha Gautama.

In realtà, secondo le dottrine Mahayana, è proprio l'incapacità di comprendere i concetti di dharma e di Buddha che impedisce ai seguaci Theravada di accedere alla saggezza superiore. Esistono due forme di liberazione: quella dal sé e quella dal dharma. In altre parole, l'illuminato comprende che sia il proprio sé sia il mondo fenomenico sono illusioni, che nella Realtà Suprema il sé e i dharma che si manifestano come fenomeni non esistono.

Per aiutare i propri seguaci a comprendere l'illusione del sé nella dimensione trascendentale, il Buddha trasmise loro la dottrina del non-sé. A livello trascendentale il sé, così come qualsiasi altra realtà separata, non esiste, perché il Supremo Assoluto è indifferenziato. Ma il sé, come le altre entità separate, esiste a livello fenomenico. Secondo il Buddhismo Mahayana, l'incapacità dei Theravada di comprendere la saggezza superiore riguardante la realtà trascendentale li spinge a interpretare la dottrina del non-sé unicamente a livello fenomenico.  Quindi, esso non colgono il fatto fondamentale che tale dottrina del non-sé è transitoria, in quanto il suo unico scopo è quello di aiutare i fedeli a liberarsi dal samsara. Se non si comprende l'uso transitorio del linguaggio in queste due dottrine è facile scambiarle per dogmi immutabili, i quali stabiliscono che il sé o l'anima non esistono e che la vita è sofferenza.

Il Buddhismo Mahayana afferma che, sebbene i Theravada riescano a liberarsi dall'attaccamento al sé, non sono in grado di porre fine all'attaccamento al dharma. I Theravada comprendono che il sé è un'illusione, ma partono dal presupposto che i dharma siano entità reali., sebbene dotate unicamente di un'esistenza momentanea. In effetti la scuola Sarvastivada, che un tempo era una delle principali correnti Theravada ma che oggi è poco conosciuta, deriva il proprio nome dalla dottrina secondo cui i dharma sono reali. Invece i seguaci Mahayana affermano che sia il sé sia il dharma sono illusori. Nella dimensione trascendentale, essi ritengono che la realtà cosmica sia il vuoto, che l'esistenza illusoria del sé e dei fenomeni sia causata dagli errori della nostra mente. Questa è una delle differenze fondamentali tra Mahayana e Theravada. Dal punto di vista ontologico, il Buddhismo Vajrayana è simile al Mahayana, anche se la sua pratica spirituale presenta forti elementi di misticismo.