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Ecco i maestri del pensiero No Tav

di Mario Baudino - 04/02/2006

Fonte: lastampa.it




di ieri e di oggi, di sinistra e di destra

Qualche giorno fa, sul sito notav.it, campeggiava un messaggio di solidarietà «alle moltitudini» della Val Susa. Il termine fa capolino da qualche tempo anche nei discorsi di Carlin Petrini quando parla di Slow Food, ma il copyright è innegabilmente di Toni Negri, che ne ha fatto da Impero in poi la chiave dei suoi discorsi sull’antagonismo sociale. Certo, porre il professore padovano tra i santini ideologici della protesta contro l’alta velocità sarebbe eccessivo. Se c’è un punto di riferimento preciso è semmai Luca Mercalli, il simpatico geografo ecologista ospite fisso a «Che tempo che fa», la trasmissione di Fabio Fazio. Il libro da lui scritto con Chiara Sasso (Le mucche non mangiano cemento, Società Meteorologica Subalpina) è il potenziale best seller delle «moltitudini» valligiane. In un altro sito legato alla contestazione (no-tav.torino.org) lo troviamo elencato tra i testi di riferimento, insieme a titoli come Obbiettivo decrescita di Mauro Buonaiuti, che fa parte di un filone ormai abbastanza popolare anche sui media, quello del pensiero «antiutilitaristico».

Stella indiscussa ne è il filosofo francese Serge Latouche, critico della globalizzazione e del cosiddetto «pensiero unico» liberale: ormai sbarca anche nelle televisioni a spiegare - per esempio di recente alla trasmissione L’Infedele -, che l’uomo non è fatto per andarsene in giro. E’ un personaggio pubblico, il volto noto degli alfieri della «decrescita», quella vasta e differenziata corrente culturale che dice basta a sviluppo e progresso economico, e tenta anche filosofi come il nostro Gianni Vattimo, o per alcuni aspetti Massimo Cacciari. E’ una linea di pensiero che si incrocia con altre, a destra come a sinistra, in una sorta di labirinto dove Toni Negri sarà sì marginale, ma l’affacciarsi della sua idea di moltitudine è una spia di quante siano le suggestioni culturali e ideologiche che confluiscono non solo in Val Susa (dove gli abitanti possono avere le loro mille buone ragioni sul piano specifico), ma in tutte le lotte a base locale contro gli emblemi - veri o presunti - della modernità.

Ci sono in Italia ed Europa cento o mille No-Tav (La Stampa ne ha offerto un quadro d’insieme sul numero di giovedì 8 dicembre): e c’è una numerosa famiglia intellettuale che dice apertamente «fermate il progresso, voglio scendere». Si estende a destra come a sinistra, incrocia movimenti e linee di pensiero imprevedibili, accosta Serge Latouche a Marcello Veneziani o Marco Tarchi, per dire un intellettuale conservatore e un ideologo di estrema destra, ma anche l’estrema sinistra alla Lega di Bossi. «Non vedrei in loro gli ispiratori di movimenti come quello anti-Tav - ci spiega Salvatore Veca, filosofo della politica che rivendica un atteggiamento liberale e razionale (il suo ultimo libro: La priorità del male e l’offerta filosofica, Feltrinelli) -, in molti casi si tratta di pensatori che hanno incrociato il comune sentire». E si sono trovati al centro di una galassia complicata.

L’esempio tipico è il neocomunitarismo americano (Michael Sandel, Alasdair MacIntyre, Charles Taylor) le le cui tesi, semplificando al massimo, sono che i valori importanti ci vengono dalla comunità in cui viviamo, sono cioè quelli ereditati. «Li ho fatto pubblicare proprio io da Feltrinelli - scherza Veca - e ricordo come Norberto Bobbio non fosse affatto d’accordo». Ad essi si rifanno non solo Veneziani ma un alfiere della «nuova destra» francese come Alan De Benoist. «Questo sarebbe il capitolo che potremmo intitolare “La società aperta e i suoi nemici” - con un ovvio calco sul celebre saggio di Popper -. Poi c’è l’altro, il capitolo “la modernizzazione e i suoi nemici” e cioè tutti gli atteggiamenti reattivi ai processi di globalizzazione percepiti come dominio del mercato», suggerisce Veca.

Il problema è che etichettare semplicemente come antimoderne le rivolte locali contro treni, ponti, cantieri, inceneritori o impianti eolici non basta. Questi movimenti, continua il filosofo della politica, non hanno maestri, ma hanno tanti padri lontani. Di cui fanno parte, allora, anche tutti i nemici storici dell’Illuminismo, che ciclicamente si ripropongono nella storia e sono quindi, a loro volta, «pezzi» della modernità stessa. Qui i protagonisti sono tanti: da un filosofo che ha influenzato enormemente il suo e il nostro secolo, come Martin Heidegger, a un ospite a sorpresa: Carl Marx. Non per la sua scommessa sul progresso, ma per quella che Veca chiama (nell’appena ristampato Saggio sul programma scientifico di Marx, Bruno Mondadori) la «nostalgia etica». «C’è un aspetto di nostalgia romantica: accanto al suo straordinario elogio della modernità, sogna una comunità mondiale al di là della modernizzazione».

Niente di localistico. E’ anzi un sogno globale: quello passato attraverso la scuola di Francoforte e i libri di Marcuse che si leggevano nel ‘68, e confluito appunto nella cultura no-global. «Il problema dei movimenti locali è che non si costituiscono sullo sfondo di una condivisione con altri, e non hanno quindi più antagonisti con cui negoziare, magari duramente: perché è saltato un modello di fiducia». Siamo sul piano di quella che Veca chiama la tribù del non negoziabile: «Perché costi e benefici vanno riferiti a un “noi”, e quel noi non esiste più». Il comunitarismo e il localismo restringono sempre più il «noi», la tradizione marxista lo allarga a tutto il mondo: per tornare a Toni Negri, alle «moltitudini». E le due componenti si mischiano e si contaminano, secondo l’occasione. Il risultato può sembrare paradossale, al di là del caso concreto su chi abbia ragione a Venaus. «Per quanto riguarda la Val di Susa, se la discussione pubblica si polarizza tra quanti santificano il corridoio 5 dell’alta velocità e quanti invece lo demonizzano, non si fanno passi avanti», osserva Veca.

Ma è anche paradossale, a suo modo, la «famigliona allargata» di economisti, polemisti e filosofi che sta dietro, o accanto, a questa nuova storia dei movimenti in Italia e in Europa: lasciando agli analisti qualche desiderio di provocazione. Per esempio Sebastiano Maffettone, filosofo della politica che ha riflettutto molto su utilitarismo, giustizia ed Etica pubblica (è il titolo del suo saggio uscito dal Saggiatore), dall’Università di Harvard lancia un guanto di sfida. «Non ai No-Tav, che non conosco e possono benissimo aver ragione nel caso concreto». Ma a una certa cultura italiana: «Il problema non è l’antimodernità. Il problema è la Vandea. La modernità almeno al centro-sud, che io conosco bene, non è mai arrivata: così abbiamo celebrato il matrimono di Nietzsche e Heidegger in salsa pre-moderna, magari con una spalmata di pensiero francese, di “french tought” come si dice qui. Il risultato: restiamo sedicenti post-moderni, ma incapaci di raggiungere la modernità. Come gli arabi». Tutto a un tratto, i santini intellettuali ordinati sul comò diventano fantasmi. Imbarazzante prospettiva.