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La stretta connessione tra la vita e la morte è ciò che rende organiche una società e una cultura

di Francesco Lamendola - 06/11/2009


Chi non conosce la poesia di Giosue Carducci «Pianto antico»?

«L'albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da' bei vermigli fior
nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.
Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l'inutil vita
estremo unico fior,
sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor.»

Non ci interessa, in questa sede, svolgere una critica letteraria a proposito di questi versi, bensì una riflessione di carattere filosofico e culturale.
La morte è presentata come la fine di tutto; l'unica cosa che il padre può fare, davanti al crudele destino che gli ha rapito il figlioletto di pochi anni, è comprimere in se stesso il dolore ed esprimerlo in forma classicamente composta, «virile». Ma il piccolo morto giace ormai per sempre nella terra fredda e nera, e nulla potrà richiamarlo all'amore dei suoi cari.
Carducci scriveva negli anni in cui, in Europa e nel mondo, furoreggiava la filosofia del Positivismo, incentrata sul culto del Progresso, e delle due cose che lo rendono possibile: la Ragione e la Scienza; filosofia materialista, che, nel mondo, altro non vede se non la materia, principio e fine di ogni realtà esistente.
Non che le cose siano, oggi, mutate di molto rispetto ad allora. Anche ai nostri giorni dominano filosofie materialiste le quali, anche se un po' più sofisticate, o, per meglio dire, un po' meno rozze del Positivismo (i disastri politici e morali del XX secolo hanno pure insegnato un minimo di umiltà ai cantori delle «magnifiche sorti e progressive»), tuttavia si fondano sostanzialmente sugli stessi presupposti e muovono dalla medesima prospettiva.
Anch'esse, come il Positivismo, condividono l'idea che «Dio è morto» (come annunciava lo Zarathustra nietzschiano) e che, quindi, nessun legame, nessun contatto esiste, è esistito o esisterà mai fra il mondo dei vivi e quello dei morti; che la morte, come insegnava l'abate Fouché al tempo della Rivoluzione francese, è «un sonno eterno».
Tuttavia, è lecito domandarsi se una società possa mantenere la propria coesione spirituale in presenza di una simile filosofia, che recide del tutto e per sempre ogni possibilità di mantenere un qualsiasi rapporto tra la morte e la vita.
Se lo era già domandato Foscolo, ne «I Sepolcri»; e aveva risposto negativamente: no, una società non può sopravvivere, se non crede a un tale rapporto; altrimenti, sarebbe inevitabilmente condannata alla dissoluzione.
Di fronte alla desolazione di una simile filosofia e alla sua palese incapacità di dare un senso alla morte, capace di illuminare la strada dei vivi, si contrappone la concezione di una società tradizionale, quale quella degli Indiani d'America, basata sulla fermissima convinzione che esiste una stretta connessione fra il mondo dei vivi e quello dei morti; o, se si preferisce il linguaggio della nostra stessa cultura prima della modernità (ad esempio, quello della filosofia medievale, dominata dal tomismo), tra l'ordine naturale e quello soprannaturale.
Per i Sioux delle Grandi Pianure nordamericane, i morti hanno bisogno della «pietas» dei vivi, e questi ultimi hanno bisogno della protezione dei primi. Tale, in particolare, era la credenza nella cerimonia della sacra pipa, nel corso della quale i parenti del defunto si vedevano personalmente impegnati in un rito di fondamentale importanza: la purificazione dell'anima del loro caro, senza la quale egli sarebbe stato condannato a vagare, senza pace, sulla terra.
In pratica, si trattava di questo: i parenti del defunto dovevano compiere una serie di riti, e soprattutto dovevano impegnarsi a rispettare una austera morale individuale e familiare, per rendere possibile all'anima del defunto, che era loro affidata dallo sciamano, di purificarsi e di trovare la pace, il tutto sotto la sorveglianza e la protezione di Wakan-Tanka, il Progenitore divino, e della Madre Terra, fonte di sostentamento per tutti gli esseri viventi.
Le parole con le quali lo sciamano e i parenti del defunto si rivolgevano a Wakan.-Tanka, invocando l'arrivo dell'anima del loro caro nella propria tenda, impegnandosi a vivere in perfetta armonia e a camminare sulla Terra con passo sacro, vale a dire consapevole, rispettoso e devoto, presentano impressionanti somiglianze con alcuni testi cristiani, e specialmente con il Vangelo di Giovanni. Basti dire che lo chiamavano Colui che è tutto e al di sopra di tutto; Colui che viene prima di tutto e che è sempre stato; Colui, infine, che è la verità (si badi: non che «rappresenta» la verità, ma che è la verità stessa).
Altrettanto sorprendenti sono analogie fra le parole con le quali veniva apostrofata la Madre Terra, e quelle con le quali, ad esempio, San Francesco d'Assisi si rivolge alla nostra madre terra nel celebre «Cantico delle creature»; da entrambi i testi traspare un profondo, commovente senso di gratitudine verso Colei che rende possibile la vita materiale degli uomini, così come Dio rende possibile la loro vita soprannaturale.

Racconta, dunque, Alce Nero, nella redazione di Joseph Epes Brown La sacra pia (titolo originale: The Sacred Pipe, University of Oklahoma Press,  1953; traduzione italiana di Donatella Tippett Andalò, Milano, Rusconi, 1986, pp. 24, 25-30):

«Con questo ritmo mondiamo le anime dei nostri morti e accresciamo l'amore fra noi. […]
Il figlio  di un pronipote di Corno Cavo in Piedi aveva un figlio che i genitori amavano sopra ogni cosa. Un giorno il bimbo morì e la sua morte rattristò moltissimo il padre che andò a parlare con il custode della sacra pipa, che allora era Corno Cavo Alto.
“Noi siamo stati istruiti dalla sacra donna nell’’uso della pipa e nella custodia dell’anima di un morto. Ora io sono molto triste perché non avere avuto più il figlio che amavo, ma desidero custodire la sua anima come ci è stato insegnato; e poiché tu sei il custode della pipa sacra, vorrei che mi dicessi cosa devo fare”.
“Hau! Hechetu alo! Va bene!”, disse Corno Cavo Alto, e insieme si recarono nel luogo in cui giaceva il bambino e dove le donne stavano piangendo molto amaramente. Come entrarono, il pianto cessò; avvicinatosi al bambino, Corno Cavo Alto disse:
“Questo bambino sembra morto. In realtà non lo è perché noi custodiremo la sua anima fra la nostra gente e così facendo i nostri figli e i figli dei loro figli diventeranno wakan. Adesso faremo come ci hanno insegnato la sacra donna e la pipa. è desiderio di Wakan-Tanka che ciò sia fatto”.
Corno Cavo Alto recise allora una ciocca dei capelli del bambino pregando:
“O Wakan-Taka, volgi il tuo sguardo su di noi! è la prima volta che compiamo la tua volontà come Tu ci hai insegnato per bocca della sacra donna. Custodiremo l’anima di questo bambino affinché la nostra Madre, la Terra, dia frutti e affinché i nostri figli camminino sul sentiero della vita in modo sacro”.
Quindi Corno Cavo Alto si accinse a purificare la ciocca di capelli del bambino; fu portato dentro un carbone ardente e vi fu messa sopra una presa di erba ierocloe.
“O Wakan-Taka”, pregò Corno Cavo Alto, “questo fumo prodotto dall’erba ierocloe si innalzerà a Te e si spanderà per tutto l’universo: gli esseri alati, i quadrupedi e i bipedi ne assorbiranno la fragranza, poiché noi professiamo di essere tutti parenti. Che i nostri fratelli siano mansueti e non abbiano paura di noi!”.
Corno Cavo Alto elevò la ciocca di capelli e tenendola alta sopra il fumo la offrì al Cielo, alla Terra e ai quattro quadranti dell’universo; quindi parlò all’anima racchiusa nei capelli:
“Guarda, o anima! Sacro sarà il luogo in cui avrai dimorato su questa terra: questo centro renderà il popolo wakan quanto te. D’ora in poi i nostri nipoti percorreranno il sentiero della vita con cuore puro e con passi fermi!”.
Dopo aver purificato cl fumo la ciocca di capelli, Corno Cavo Alto si rivolse alla madre e al padre del bambino dicendo:
“Dall’anima che è stata or ora mondata trarremo grande conoscenza. Siate buoni con lei, e amatela, perché essa è wakan.  Stiamo ora adempiendo la volontà di Wakan-Tamnka, così come ci è stata fatta conoscere tramite la sacra donna… […]
La ciocca di capelli fu avvolta in pelle di daino consacrata, e tale involto fu riposto in uno speciale punto del tipì. Poi Corno Cervo Alto prese la pipa e, dopo averla tenuta alta sopra il fumo, la riempì con devozione, secondo il rito.  Quindi volgendo il cannello al cielo pregò:
"Nostro Progenitore, Wakan-Tanka: Tu sei tutto, eppure sei al di sopra di tutto. Tiu vieni prima di tutto. Tu sei sempre stato. L'anima che stiamo custodendo sarà il centro del sacro cerchio in questa nazione; da questo centro i nostri figli trarranno forza e cammineranno sul retto sentiero rosso in maniera wakan. O Wanka-Rttaka, tu sei la verità.  Gli esseri a due gambe che metteranno in bocca questa pipa diventeranno la verità stessa.  Nulla di impuro sarà in loro. Aiutaci a percorrere il sacro sentiero  della vita senza difficoltà, con la mente e il cuore  continuamente fissi a Te.
Allora venne accesa la pipa e fumata e passata intorno nella direzione del cammino del sole. Tutto il mondo contenuto nella pipa venne offerto a Wakan-Tanka. Quando la pipa tornò nelle mani di Corno Cavo Alto, egli ne strofinò con erba ierocloe i lati ovest, nord, est e sud per purificarla, se una persona indegna l'aveva toccata; poi, rivolto alla gente, così parlò;
"Parenti miei, questa pipa è wakan. Sappiamo tutti che essa non può mentire. Uno che abbia dentro di sé una menzogna non può portarla alla bocca. Inoltre parenti, il nostro Padre Wakan-Tanka ha fatto conoscere la sua volontà qui sulla terra e se vogliamo percorrere il sacro sentiero dobbiamo fare sempre quello che egli desidera. Questa è la prima volta che celebriamo il sacro rito della custodia dell'anima e grandemente ne beneficeranno i nostri figli e i figli dei loro figli. Parenti miei, Progenitrice e Madre Terra, noi siamo terra e apparteniamo a Te. O Madre Terra da cui traiamo il cibo, Tu ti curi della nostra crescita come fanno le nostre madri.  Ogni passo che muoviamo su di Te dovrebbe essere mosso in modo sacro: ogni passo dovrebbe essere una preghiera. Ricordate, parenti miei,  che il potere di quest'anima pura sarà con voi lungo il cammino poiché anch'esso è frutto della Madre Terra. Anch'esso è un seme piantato nel vostri centro che col tempo crescerà nei vostri cuori  e farà camminare le nostre generazioni in maniera wakan.".
Poi Corno Cavo Alto alzò la mano e mandò la sua voce a Wakan-Tanka:
"O Padre e Progenitore, Wakan-Tanka, Tu sei l'origine e la fine di tutto. Padre mio, Wakan-Tanka, tu sei colui che guarda e sostiene tutta la vita. O mia Progenitrice, Tu sei l'origine terrena di ogni esistenza! E, Madre Terra, i frutti che tu generi sono fonte di vita per i popoli della terra.  Tu proteggi i loro frutti come fa una madre.  Che i passi che muoviamo su di Te in questa vita siano sacri e non vacillanti!
Aiutaci, o Wakan-Tanka, a percorrere con passi fermi il nostro sentiero. Fa' che noi, che siamo il tuo popolo, stiamo in piedi in modo wakan, in modo a Te gradito.  Dacci la forza che procede dalla conoscenza della Tua potenza! Poiché ci hai fatto conoscere la Tua volontà, percorreremo il sentiero della vita santamente avendo nei nostri cuori  l'amore e la conoscenza di Te. Di questo e di tutto rendiamo grazie
Avvolsero poi il corpo del bimbo e gli uomini lo portarono su un colle, lontano dall'accampamento, e lo deposero su un palo costruito su un albero. Ritornati che furono, Corno Cavo Alto rientrò nel tipì con il padre  del bambino per insegnargli come doveva prepararsi al grande dovere che avrebbe dovuto compiere e per mezzo del quale si sarebbe santificato.
"Tu stai ora custodendo  l'anima di tuo figlio", disse Corno Cavo Alto, "che non è morto ma è con te. D'ora in avanti  devi vivere santamente perché tuo figlio resterà in questo tipì fino a quando la sua anima non sarà liberata. Devi ricordare che le abitudini che prenderai durante questo tempo rimarranno sempre con te. Devi stare molto attento che nessun malvagio entri nella tenda in cui custodisci l'anima e che non vi sorgano discussioni o dissensi. Nella tua tenda deve esserci sempre buona armonia, perché tutte queste cose influiscono sull'anima che qui si sta purificando. Le tue mani sono wakan: trattale come tali! E i tuoi occhi sono wakan: quando guardi i tuoi parenti e tutte le cose, guardali in modo sacro! La tua bocca è wakan: ogni parola che proferisci deve riflettere lo stato di santità ijn cui stai ora vivendo. Devi alzare spesso  la testa e con lo sguardo penetrare nei cieli.  Ogni qual volta tu mangi dei frutti della Madre Terra, oltreché te stesso nutri anche tuo figlio! Se farai questo e tutto quello che ti ho insegnato, Wakan-Tanka sarà misericordioso con te. Ogni giorno e ogni notte tuo figlio sarà con te: bada alla sua anima tutto il tempo, perché così facendo ti ricorderai sempre  di Wakan-Tanka.. Da oggi in poi sarai  wakan e, come io ho insegnato a te, così anche tu potrai insegnare ad altri. La pipa sacra andrà lontano, fino alla fine, e così farà l'anima di tuo figlio!  Così è in verità. Hetchetu welo!"»

L'obiezione classica, e pressoché inevitabile, che un antropologo o uno storico delle religioni occidentale, di formazione razionalista e materialista, avanza davanti al contenuto effettivo di una cerimonia come quella ora descritta, è che essa si presta magnificamente a una spiegazione di tipo funzionalistico: vale a dire che essa sembra pensata apposta per rinsaldare la coesione sociale del gruppo, senza che ciò costituisca il benché minimo indizio a favore di una conferma dei suoi presupposti e delle sue implicazioni specificamente religiosi.
In altri termini, per la cultura occidentale che, da almeno due secoli, non fa che ripetere che la religione è un'abile mistificazione di alcuni preti assetati di potere, un «oppio dei popoli» (Marx) o una proiezione patologica della minacciosa e tuttavia invidiata figura paterna (Freud), appare scontato che non vale nemmeno la pena di prendere in considerazione, e sia pure come semplice ipotesi di lavoro, che i suoi contenuti possano trovare rispondenza in uno stato reale dell'essere, nella struttura ontologica del reale.
Di conseguenza, la credenza nella sopravvivenza dell'anima alla morte fisica, e le cerimonie volte a purificare quest'ultima e ad assicurarle la pace definitiva, non possono essere viste che come patetici tentativi, da parte dei vivi, di mettere a tacere il senso di colpa per essere sopravvissuti al caro estinto, e di razionalizzare un evento di per sé terrorizzante e inaccettabile: la morte come irreparabile fine di tutto.
Si tratta, però, a ben guardare, di un ragionamento alquanto banale e superficiale, perché basato su una conclusione assai maggiore della premessa. La premessa, innegabile, è che tutti gli esseri umani, e dunque tutte le società, hanno paura della morte e temono che essa possa rompere ineluttabilmente il legame tra i vivi e i defunti. La conclusione è che ciò implica che tutti gli uomini e tutte le culture abbiano inventato ogni sorta di credenze religiose per anestetizzare tale paura e per trasformarla in un evento socialmente utile: il rafforzamento dei vincoli morali fra i vivi.
Ora, è evidente che tale pretesa spiegazione del fenomeno religioso, e particolarmente della credenza di un profondo legame tra vivi e morti, non ha il minimo valore probante. Sarebbe come dire che, siccome tutti i bambini hanno istintivamente paura dell'acqua (a meno che siano stati familiarizzati con essa fin da piccolissimi), maestri di nuoto e bagnini sono stati inventati per creare una casta privilegiata, basata su un grande inganno: che si possa stare a galla. Oppure sarebbe come sostenere che, dato che tutti gli esseri umani hanno istintivamente paura del vuoto, i maestri di alpinismo sono dei ciarlatani, miranti a nasconderci il fatto che arrampicare in montagna significa andare incontro a morte certa.
Si obietterà che l'esperienza ci mostra che è possibile nuotare e che è possibile arrampicare in montagna, anche in condizioni estreme, purché adeguatamente preparati e dotati di mezzi idonei. Ma i signori del materialismo come sanno che la morte è un viaggio senza ritorno? Quali prove scientifiche sono in grado di esibire al riguardo?
La contro-obiezione, quasi scontata, è che l'onere della prova non tocca a chi nega, ma a chi afferma qualcosa. A parte le ovvie implicazioni poliziesche di un tal modo di ragionare (se affermi che sei innocente, devi dimostrarlo; mentre è ovvio che, se non puoi farlo, significa sei colpevole), resta il fatto che la credenza in una vita dopo la morte non pretende di porsi sul piano dell'evidenza scientifica, bensì su un piano diverso, e, in verità, di molto superiore a quello del Logos razionale. Ma, per arrivare ad accettare questo fatto, che era di per sé evidente a tutte le culture tradizionali e pre-moderne, bisognerebbe che i maitres-à-penser occidentali si decidessero a ridimensionare le pretese del Logos razionale e a non vedere più in esso il vertice e il criterio della verità.
In altre parole, i nostri intellettuali materialisti (esitiamo a definirli filosofi) precostituiscono il risultato della ricerca: affermando che solo la Ragione è in grado di decidere della verità di qualunque cosa nell'ambito della natura; e al tempo stesso, negando che vi sia, o che sia conoscibile, un ordine soprannaturale, essi riescono a dimostrare facilmente che non esiste alcun Dio, alcuna anima, alcuna vita dopo la morte.
Ma si tratta di una banalissima tautologia: se si esclude che Dio, l'anima e la sopravvivenza alla morte fisica siano dati reali, o almeno possibili, o, ancora, esperibili per vie diverse da quelle del Logos strumentale e calcolante, allora è perfettamente chiaro che si troverà quello, e soltanto quello, che si era dichiarato ammissibile fin dall'inizio: che tutta la realtà è fatta solo di materia; che non si dà altro all'infuori di essa; che la morte fisica degli organismi viventi significa la distruzione totale e irreversibile della loro esistenza.
Le conseguenze di una tale impostazione del problema sono, a livello sociale, estremamente gravi. Una società che non creda ad alcuna forma di legame tra vivi e morti, è dominata da una cultura nichilista, secondo la quale gli enti escono dal nulla, per puro caso, e rientrino nel nulla, altrettanto  a caso. La vita diventa un assurdo, e la società si riduce a una zattere di naufraghi in preda alla disperazione, i quali, di tanto in tanto, si uccidono e si divorano a vicenda, solo per ritardare la fine inevitabile di ciascuno.
E allora è arrivato il momento di domandarsi: a chi, o a quali forze, giova che la nostra società si basi su una tale forma di nichilismo estremo?
Chi ci guadagna qualcosa?
Perché tanti intellettuali si prodigano con instancabile ardore per convertire le giovani generazioni al loro verbo nichilista?
La morte è un mistero davanti al quale conviene essere umili. Come si spiega che gran parte dell'establishment culturale odierno si batta strenuamente per negare tale mistero, e per fornire la risposta preconfezionata e desolante del materialismo?
È possibile che dietro tanto zelo, che dietro tanta perseveranza, non vi siano solamente una moda culturale e una generale stanchezza speculativa, per cui si ripetono le formule sempre più logore di Feuerbach, Marx e Freud, ma vi sia qualche cosa di più organico e complesso: una sorta di progetto globale per strappare l'anima del mondo e per preparare l'avvento di un'era del Caos, della Paura e della Disperazione?
Ciascuno dovrebbe cercare da sé una risposta, che sia intellettualmente onesta, a tali interrogativi.