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Religio holocaustica

di Giacomo Gabellini - 24/05/2011



Storia e memoria corrispondono a due approcci apparentemente affini ma effettivamente opposti di relazionarsi con il passato. La memoria si rende assolutamente indispensabile quando si tratta di fondare un'identità collettiva e di assicurare la sopravvivenza a individui e gruppi sociali. Tuttavia essa si solidifica mediante un processo di sacralizzazione del ricordo, che spinge chi vi si richiama a sostituire il passato al presente, trasferendo su un piano contemporaneo gioie e soprattutto sofferenze risalenti ed epoche precedenti. Ciò porta inevitabilmente chi vi fa appello ad assolutizzare il proprio dolore e a collocarlo su un piano superiore rispetto a quello in cui si inserisce dolore percepito dagli altri. La memoria è inoltre rigida, e ciò la rende immune a critiche e ripensamenti. Essa impedisce la contestualizzazione degli eventi, affrancando i fatti dall'ambito specifico in cui sono maturati, il che dovrebbe far riflettere coloro che pretendono di associarla alla giustizia. La giurisprudenza si prefigge l'obiettivo di stabilire una proporzionalità tra delitto e castigo, i giuristi quello di individuarne i termini. Legare la giustizia alla memoria equivarrebbe a tradurla, di fatto, in vendetta. Piegata a certi fini strumentali, la memoria assume infatti un ruolo determinante; scrive Alain De Benoist: "La memoria spinge al ripiegamento identitario su sofferenze singolari giudicate incomparabili per il solo fatto che ci si identifica con coloro che ne sono le vittime, mentre lo storico deve rompere perquanto può con ogni forma di soggettività". Dall’approccio storico, e pertanto distaccato e oggettivo, scaturisce o dovrebbe scaturire infatti una comprensione equilibrata e imparziale del passato, in grado di illuminare le singole dinamiche e concatenazioni causali che hanno determinato l’effettivo corso degli eventi. Tuttavia si assiste da anni ad un indegno spettacolo mediatico di celebrazione della memoria, la cui rievocazione all’infinito consentirebbe, a detta di riconosciuti, “prestigiosi” e ben remunerati rappresentanti dell’umana intelligencija, di  evitare di ricadere negli stessi errori del passato.  Si tratta di una “curiosa” (per non dire altro...) impostazione che calza a pennello per Israele, dalla quale gli inquilini del pasoliniano “palazzo” di Tel Aviv hanno tratto enormi benefici. Sollevare obiezioni sull'operato o sulle posizioni assunte da Israele comporta infatti il rischio di prestare il fianco alle pugnalate delle nutrite schiere di piccoli inquisitori sparsi in giro per il mondo, sempre in procinto di lanciare anatemi e scomuniche contro ogni critico, accusandolo di nutrire chissà quali "inconfessabili" nostalgie dei tempi che furono.  Qualora poi i critici in questione non abbiano l’accortezza di cautelarsi preliminarmente premettendo di non aver partecipato né concretamente né emotivamente a nessun disegno sterminazionista - dalla Shoah ai pogrom – contro gli ebrei, allora la sentenza di condanna non ammetterebbe alcun appello. Questa vergognosa prassi consente ai tanti sionisti di complemento sparsi per il mondo di zittire i critici agitando sulle loro teste lo spauracchio dell'antisemitismo e agli alti rappresentanti di Israele di non dover mai render conto delle proprie “imprese”.  Alla nascita stessa di Israele, oltre a non secondari fattori geopolitici, ha effettivamente contribuito il senso di colpa dei paesi europei sentitisi  pesantemente corresponsabili della catastrofe per non aver opposto le resistenze dovute ai disegni criminali nazisti.  Ciò ha caricato l’evento della Shoah di più profondi significati mistici dai quali è scaturita una vera e propria religione olocaustica, che è cresciuta e si è espansa parallelamente al declino delle vecchie istituzioni teologiche organizzate come la Chiesa Romana, fino al punto di sostituirsi ad esse. Tale religione si erge sul mito fondante della Shoah e sul senso di colpa collettivizzato di cui il timore reverenziale degli europei nel muovere critiche ad Israele è una spia estremamente rivelatrice. In altre parole, la passività (o l’aver collaborato attivamente) con cui gli europei hanno colto la Shoah ha macchiato indelebilmente le loro coscienze, che devono rimanere inchiodate al senso di colpa in saecula saeculorum. Il senso di colpa collettivo - concetto elaborato diversi millenni da civiltà stanziate lungo le rive del Tigri e dell’Eufrate – si fa quindi inestinguibile, la Shoah diventa “l’evento” per antonomasia che non conosce paragoni e gli israeliani tornano così a sentirsi il “popolo eletto” legittimato a non riconoscer giurisdizione alle regole e ai codici che valgono per tutti gli altri. Si celebra quindi la “Giornata della memoria” invitando le folle pecoresche a “ricordare” perché “non accada più” e così facendo si sostituisce beatamente il passato al presente nella speranza di favorire la “comprensione”, laddove la sacralizzazione degli eventi rifugge ogni loro spiegazione logica e razionale. Non occorre infatti evitare che si riproponga la Shoah, cosa palesemente inverosimile, ma fare in modo che certe situazioni non si verifichino più, prescindendo dalle vittime e dai carnefici. Questa dovrebbe essere la funzione della Storia. Ma siccome i popoli europei divorati dal senso di colpa persistono nel seguire l’imperativo “ricordare” e la Shoah è unanimemente considerata “l’evento” di fronte al quale tutto svilisce e perde di significato, allora per gli “eredi” (perché se il senso di colpa collettivo è ereditario, anche lo status di vittima deve esserlo) di coloro che la subirono sulla propria pelle deve vigere una sorta di “stato di eccezione”. Si minaccia l’Iran per il suo programma nucleare (quando l’aveva avviato lo Shah nessuno aveva nulla da dire) ricordando al presidente Mahmoud Ahmadinejad i termini fissati con la sottoscrizione del Trattato di Non Proliferazione e si riserva un silenzio assordante ad Israele, che non ha firmato niente e di atomiche ne detiene illegalmente qualche centinaio, si bollano Hamas ed Hezbollah come organizzazioni terroristiche con cui “non si può trattare” e si conferisce il premio Nobel prima a Menachem Begin poi al duo Shimon Peres – Yitzak Rabin, immemori del loro “glorioso” passato, si accetta senza batter ciglio che Gaza venga bombardata a tappeto dall’aviazione israeliana e si aggredisce la Libia accusando Gheddafi di aver bombardato i civili, si esecra il Sudafrica dell’Apartheid e non si dice nulla riguardo alla costruzione del muro, ci si indigna con i “fondamentalisti” islamici perché allergici alla democrazia tessendo le lodi della sedicente “unica democrazia del Medio Oriente”  sorvolando sui diritti riservati ai non ebrei. Israele tutela i propri interessi, come qualsiasi altra potenza regionale. Svolge il suo ruolo di testa di ponte dell’atlantismo nella cruciale area mediorientale  beneficiando dei vantaggi derivanti dal rapporto privilegiato che ha con gli Stati Uniti, di cui è vera e propria quinta colonna. Si limitasse a questo non ci sarebbe nulla di strano. Ciò che sbalordisce è l’arroganza ostentata dai suoi vertici che, si badi bene, non sono mai cambiati dal 1948 in poi. Essi sono espressione delle consuete variazioni di fondo sul tema. Da David Ben Gurion a Benjamin Netanyahu, passando per Golda Meir e Menachem Begin, il disegno delle nomenklature israeliane che si sono succedute nei decenni è rimasto quello di dar forma alla "Grande Israele" ideata da Theodor Herzl sul finire dell’Ottocento, ovvero alla creazione di uno stato reso interamente ebraico mediante un processo di epurazione delle popolazioni indigene che il “revisionista” Ilan Pappe ha correttamente definito "pulizia etnica della Palestina". Disarmante poi il pressoché unanime (se si prescinde da alcuni sparuti casi individuali) consenso che gli ebrei di tutto il mondo sono soliti accordare alla sconsiderata e criminale linea politica seguita da Tel Aviv e la parallela irritazione, spesso condita dalle consuete accuse di antisemitismo, con cui accolgono le (poche) critiche a Israele. Difficile credere che siano così pochi gli intellettuali ebrei a non riconoscersi nell’ideologia sionista. Ma in fondo, “Chi il coraggio non ce l’ha non può darselo”, e non sarà certo qualche Don Abbondio in kippah a puntare il dito contro il re nudo. Spetta ai popoli europei il compito di finirla di fornire alibi ai deliri di potenza israeliani, cosa che può avvenire solo ed elusivamente mediante un’apostasia collettiva dalla squallida religio holocaustica attualemente imperante.