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Il ritorno dei Talebani

di Stefano Vernole - 20/11/2005

Fonte: Stefano Vernole

                                 

Secondo un’inchiesta condotta dal settimanale francese “Le Nouvel Observateur” i combattenti intervistati raccontano con entusiasmo come la forza della resistenza in Iraq abbia dato nuova linfa alla guerriglia afghana, affermazioni che trovano riscontro nei numerosi soldati della NATO caduti in battaglia negli ultimi mesi.

Se le recenti elezioni non hanno registrato episodi di violenza particolari, il sud del paese è sempre più nelle mani della guerriglia antiamericana; anche quella parte di talebani che ha accettato di collaborare con il regime di Hamid Karzai  non rischia il rientro a casa per il timore di essere colpita.

Sulla nuova autostrada che va da Kabul a Kandahar, ribattezzata dagli afghani “autostrada Bush”, è estremamente pericoloso fare solo una piccola sosta, in particolare nella zona sud di Ghazni.

Ma è la provincia di Zabol, al confine con il Pakistan, la vera roccaforte degli insorti; da qui, almeno una volta alla settimana, viene sferrato un attacco contro la base statunitense di Daya Choopan.

Più di quindici distretti dell’Afghanistan sono controllati dai talebani, al punto che le truppe atlantiche possono spostarsi soltanto su convogli rigorosamente scortati dai bombardieri a stelle e strisce.

Nelle zone tribali del Waziristan, in particolare nella città di Darra Adam Khel, prospera un ingente mercato delle armi, con la benedizione dell’intelligence pakistana.

Contrariamente a quanto molti pensano, qui i guerriglieri non sono nascosti tra le gole di montagne inaccessibili, né rannicchiati in grotte sotterranee, ma possono vivere tranquillamente nel cuore delle città afghane o pakistane.

Il loro quartier generale invernale è a Karachi, dal quale è possibile poi spostarsi a Peshawar,  comprare le armi a Darra, tenere le riunioni a Quetta e vivere senza patemi a Kandahar o Jalalabad, dopo aver attraversato la frontiera tra Afghanistan e Pakistan senza nemmeno l’obbligo di presentare il passaporto.

Questo quadro, poco conosciuto in Occidente, viene completato dalla testimonianza di ex comandanti talebani quali il mollah Abdul Salam, oggi riciclatisi come “democratico” nel nuovo parlamento di Kabul.

Costui funge da mediatore per il rilascio di ostaggi con lo stato maggiore della resistenza, la cui base operativa si troverebbe a Quetta, dove continua a ricevere con regolarità addestramento e finanziamenti dai servizi segreti pakistani, all’insaputa del Presidente Musharraf e del Pentagono.

Rimane però da capire quanto questo doppio gioco dell’ISI avvenga veramente senza la consapevolezza della CIA e della stessa Casa Bianca, i cui legami con l’intelligence di Islamabad sono storicamente acclarati.

Il rapporto tra le due centrali spionistiche, che iniziò ai tempi della resistenza antisovietica in Afghanistan in particolare con l’addestramento di Al Qaeda, è rimasto saldo fino ai giorni nostri, a punto che il capo dell’ISI, generale Mahmud, si trovava a Washington nei giorni precedenti l’11 settembre 2001 per incontri ad alto livello con esponenti militari e politici statunitensi.