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Riflessioni su Tolkien

di Giuseppe Gorlani - 21/11/2005

Fonte: estovest.net

 

Penso che Tolkien sia stato un grande cantore dei nostri tempi, un po' come Omero o Virgilio lo furono nell'Antichità.

La sua Opera non è definibile soltanto come epica, ma anche e soprattutto come visione cosmogonica abbracciante tutti gli aspetti della vita, dai più sottili ai più semplici e contingenti.

In termini orientali si può ben dire che egli avesse il terzo occhio aperto --l'àjna-cakra, l'occhio della visione e della sintesi-- e che il centro del suo cuore --l'anahata-cakra, simboleggiato da un fior di loto con dodici petali racchiudente un sigillo di Salomone-- fosse pienamente sbocciato.

Non v'è nulla infatti di gratuito o arbitrario nella sua Opera: il più piccolo gesto, il più insignificante oggetto sono collegati armonicamente e logicamente all'insieme e il tutto ruota intorno ad un Centro, alla Causa causarum, all'Uno-Bene da cui la vita principia e a cui ritorna.

I primi versi della Tabula Smeragdina --trovata, secondo la Tradizione, nelle mani della mummia di Hermes-Thoth, nella grande piramide di Gizeh-- dicono: «Questo è vero, senza falsità, e reale: ciò che è sopra è come ciò che è sotto, onde effettuare i miracoli dell'Unico. E come tutte le cose per il pensiero di uno sono derivate da una, cosi tutte le cose sono nate da questa, per adozione»1. In questi versi è mirabilmente espresso il principio dell'analogia universale, struttura portante del linguaggio simbolico di cui si servi Tolkien.

In quanto trasmettitore di valori atemporali e conoscitore delle valenze riposte della parola, egli va dunque considerato come uomo di Tradizione. Quest'ultimo termine dà spesso adito ad equivoci e confusioni, ma io lo uso qui nel suo significato originario di "consegnare" un sapere che non è frutto della mente dell'uomo, un sapere sacro collegato all'axis mundi penetrante verticalmente la manifestazione.

Nella presenza o meno di un punto di riferimento sovrumano sta tutta la differenza tra arte tradizionale e profana. È una differenza che oggi, in pieno Kali-yuga, pochi riescono ad apprezzare.

L'Opera tolkieniana --essendo, come si è appena detto, "tradizionale"-- si adatta perfettamente ai diversi livelli di capacità di comprensione dei lettori; essa, offrendo tutte e quattro le chiavi di lettura indicate da Dante nel Convivio --letterale, allegorica, morale e anagogica--, viene da molti considerata semplicemente frutto di abilità letteraria, da altri favola, da altri ancora un insieme di proposizioni etiche più o meno velate e da pochi, infine, una sinfonia indicante un Vertice di sublime bellezza2. Accenno qui solo di sfuggita ad un possibile parallelismo tra i quattro livelli di lettura sopraindicati e i diversi involucri o corpi che, secondo la metafisica Vedànta, compongono l'uomo: fisico, energetico, mentale, intuitivo, causale (annamayakosa, prànamayakosa, manomayakosa, buddhi o vijnànamayakosa, ànandamayakosa)3. A mio parere la chiave di lettura anagogica entra in funzione quando la coscienza si risveglia nell'involucro intuitivo (buddhi o vijnànamayakosa), ove ha sede l'intelligenza sintetica, capace di «contemplare gli archetipi universali»4. Nell'involucro causale (anandamayakosa) la dualità, senza la quale non può esservi manifestazione, viene riassorbita in un'Unità indistinta, virtuale, in cui tutto è silenzio. Quell'Unità è, secondo l'ottica religiosa, il Creatore, il Principio Primo, Isvara-Eru, il Signore.

Sarebbe interessante verificare, per mezzo di un'attenta lettura dell'Opera omnia tolkieniana, se il geniale professore di Oxford avesse avuto intuizione o "esperienza" di quello che, nelle Upanisad, viene definito Turiya, il quarto stato, la "dimensione" (termine improprio usato solo per comodità d'esposizione) della Non-dualità, dell'Assoluto, della Trascendenza.

Entrai in contatto per la prima volta con l'Opera di Tolkien a Goa, in India, in una comunità hippie dove, insieme a molti altri ragazzi e ragazze di diversa nazionalità, vivevano anche alcuni italiani. Mi trovavo quel giorno in uno stato di coscienza particolarmente intenso; su di un basso tavolino spiccava un libro dall'attraente copertina: si trattava de Il Signore degli Anelli; lo aprii "a caso" e lessi:

"Pipino sbirciò da sotto il manto protettivo di Gandalf. Si domandava se era sveglio o se dormiva ancora, trasportato dal rapido sogno nel quale era immerso fin dall'inizio della grande cavalcata [...]".

Venni immediatamente pervaso da una strana sensazione di familiarità. La consonanza tra il nome del piccolo Hobbit e il mio, l'accurata descrizione in quelle poche righe di un viaggio interiore, catturarono completamente la mia attenzione. E a mano a mano che leggevo lo stupore cresceva. Parrà infantile, ma mi domandavo: "come può l'Autore conoscermi tanto accuratamente e intimamente?".

«"Sì, a dire il vero ti conosciamo, Mithrandir", disse il capo degli uomini, "tu sai la parola d'ordine dei Sette Cancelli e sei quindi libero di proseguire. Ma il tuo compagno non lo conosciamo. Di che razza è? Un Nano sceso dalle montagne del Nord? Non desideriamo stranieri nel nostro paese, in questi tempi, a meno che non si tratti di poderosi uomini d'arme fedeli e valorosi".

"Rispondo io di lui, e presterò giuramento innanzi al seggio di Denethor", disse Gandalf. "Quanto al valore, non è proporzionato alla statura. Egli ha vissuto più battaglie e più pericoli di te, Ingold, benché tu sia il doppio d'altezza; egli è di ritorno dalla distruzione d'Isengard, di cui rechiamo molte notizie, ed è colto da grande fatica, altrimenti l'avrei svegliato. Il suo nome è Peregrino, Uomo di grande valore"».

Mi colpì la significativa analogia tra «la parola d'ordine» e il mantra, tra i «Sette Cancelli» e le sette ruote dell'estasi (cakra), disposte lungo la spina dorsale nella fisiologia esoterica della scuola (darsana) Yoga.

Anche «Gandalf» mi risuonava dentro in qualche modo come un nome conosciuto, un nome magico, il nome di un Maestro che sapeva vedere nel cuore delle persone e riconoscere il valore al di là delle spesso misere apparenze.

«"Uomo?", ripeté dubbioso Ingold, mentre gli altri ridevano. "Uomo!", esclamò Pipino ora del tutto sveglio. "Uomo! Direi proprio di no! Sono un Hobbit, e per nulla valoroso, tranne qualche volta per pura necessità. Non vi lasciate ingannare da Gandalf!".
"Un eroe non avrebbe parlato meglio di te", disse Ingold»5.

Ciò corrispondeva sin nei minimi particolari alla mia esperienza: di fronte a certe difficoltà avevo saputo che cosa fosse la paura e solo nell'irrompere urgente e drammatico del pericolo era emersa quella necessità di coraggio che mi aveva permesso di superarle. In tale necessità avevo percepito la forza intrinseca della vita e la grazia di un potere trascendente l'individualità. Se dunque grazia e forza non appartengono al nostro ego, come potersene vantare?

Mi sembra sia stato Julius Evola a dire che l'atteggiamento d'autocompiacimento è segno precipuo e sicuro di chi è plebeo nello spirito. Da tale punto di vista pare proprio che oggi siano i plebei a dominare nella vita politica, artistica e spesso anche religiosa e che la "razza" di chi è nobile in spirito si sia enormemente assotigliata.

Parafrasando i primi versi del Tao-te ching di Lao-tzu, potremmo dire:

«Il valore che può essere esibito non è il vero valore; la forza che può essere egoisticamente usata non è la vera forza»6.

Potrà sembrare strano citare fonti tanto lontane da Il Signore degli Anelli, ma io credo che i libri che s'ispirano al sapere tradizionale abbiano tutti in comune un andamento circolare sviluppantesi intorno ad un Centro, a cui inevitabilmente conducono da qualunque punto li si esamini.

La forza che Tolkien ci ha additato per mezzo dei suoi eroi, in primis Frodo, il Portatore dell'Anello, non è dunque quella puramente fisica o mentale, non ubbidisce alle leggi della massa e della quantità, ma è la forza che risiede nella consapevolezza del potere indistruttibile dell'Amore e che alla fine si rivela vincente proprio perché estranea agli schemi riduttivamente logici del Male, inteso come perturbazione cosciente dell'Armonia. Il Male in India viene chiamato avidya, ignoranza metafisica, e consiste nella pretesa di assolutizzare l'inesistente, confondendo il relativo con l'Assoluto.

A questo punto mi sembrano particolarmente calzanti alcune riflessioni di Ernst Jünger:

«La seconda potenza fondamentale è l'eros; quando due persone si amano, sottraggono terreno al Leviatano, creano spazi che egli non controlla. L'eros trionferà sempre, come vero messaggero degli déi, su tutte le creazioni titaniche. Non ci si sbaglierà mai stando dalla sua parte [...]. L'eros vive anche nell'amicizia, che di fronte alla tirannia affronta le prove estreme. Qui, come l'oro nel crogiolo, essa viene purificata e messa alla prova»7.

Non credo proprio che Jünger e Tolkien si conoscessero, ma entrambi intuirono quell'unica Verità accessibile a chiunque --liberatosi dal plagio di Sauron, il Leviatano, il Signore dell'Ombra che domina per mezzo della paura-- osi imparare a pensare col Cuore.

Tornato in Italia, dopo una permanenza di alcuni anni in India, la prima cosa che feci fu leggere per intero Il Signore degli Anelli e poi Il Silmarillion, L'Hobbit, I racconti incompiuti ...perduti ...ritrovati, La realtà in trasparenza (le lettere). Essendosi ormai risvegliata in me l'intuizione dell'immanente trascendenza del Logos, e trovandomi nel punto sulla Via in cui cadono, sia all'interno che all'esterno, le maschere dell'ipocrisia e la Realtà traspare da sotto il velo dell'apparenza, potei tuffarmi in quel vasto e variegato oceano di simboli non con l'atteggiamento di chi legga per passatempo racconti avventurosi o amene fiabe, ma con la consapevolezza di trovarmi di fronte ad un tracciato ricco di contenuti spirituali e di insegnamenti applicabili alla vita quotidiana.

Per concludere, spero fervidamente che le varie iniziative sorte anche in Italia intorno all'Opera di Tolkien8 possano servire a proporre chiavi di lettura più profonde rispetto a quelle normalmente indicate da una cultura cosiddetta ufficiale, la quale, pur fregiandosi di titoli altisonanti e di una vasta erudizione, si sta rivelando ormai quasi del tutto incapace di guidare gli uomini verso i valori immutabili dello Spirito.

Quanto detto non significa, ovviamente, che qualsiasi interpretazione dell'Opera tolkieniana vada bene in virtù del suo semplice appartenere all'area "alternativa" o sedicente "esoterica". E infatti, nell'ambito del neo-spiritualismo contemporaneo non mancano gli "estimatori" di Tolkien, ma è chiaro che tra il neo-spiritualismo irenistico, di stampo anarchico-democratico, e il pensiero d'un uomo di Tradizione, quale fu il Nostro, non può esservi alcun nesso sostanziale.

Occorre dunque vigilare affinché i valori spirituali trasmessi dal maestro di Oxford non vengano, da un lato, occultati da riduttive e aride interpretazioni accademiche e, dall'altro, offuscati dall'ambigua mescolanza di colori --di cui il corrotto Saruman si fece propugnatore-- che egli tanto abborriva.

 

 

Note
1- K. Seligmann, Lo specchio della magia, Gherardo Casini edit., Firenze 1972, p. 123. torna al testo ^

2- «Dante si riferiva alle scritture dei 'poeti'; ma la distinzione dei quattro sensi può indubbiamente venire applicata anche agli scritti sacri ed iniziatici e ad ogni altro mezzo di espressione e raffigurazione di fatti e dottrine spirituali». Da Conoscenza del simbolo di P. Negri (Arturo Reghini) in Introduzione alla Magia, Roma, Mediterranee, 1971, vol. I, p. 98. torna al testo ^

3- Per uno studio approfondito degli involucri costituenti l'uomo secondo il Vedanta, si rimanda alla consultazione di: Gaudapada, Mandukyakarika, a cura di Raphael, ediz. Asram Vidya, Roma 1981. torna al testo ^

4- Glossario sanscrito, Roma, Asram Vidya, 1988, p. 223. torna al testo ^

5- J. R. R.Tolkien, Il Signore degli Anelli. III, Il ritorno del Re, Milano, Rusconi, 1974, pp. 5 e 7. torna al testo ^

6- «Il tao che può essere detto tao / non è l'eterno tao il nome che può essere nomato / non è l'eterno nome», da La regola celeste di Lao-Tse, a cura di A. Castellani, Firenze, Sansoni, 1954, p. 3. torna al testo ^

7- E. Jünger - M. Heidegger, Oltre la linea, Milano, Adelphi, 1989, pp. 97, 98. torna al testo ^

8- Pochi anni fa si è costituita la Società Tolkieniana Italíana, la quale pubblica due ottime riviste: Terra di Mezzo e Minas Tirith. Non si può inoltre non citare il lavoro svolto dalle edizioni "Il Cerchio" di Rimini, le quali hanno pubblicato il prezioso Omaggio a J.R.R. Tolkien di Mario Polia, e J. R. R. Tolkien creatore di mondi, raccolta di saggi di Autori vari, ai fini di evidenziare una lettura dell'Opera tolkieniana in chiave tradizionale. torna al testo ^

 «Spiritualità & Letteratura», (Palermo) anno VII, n. 22 - «Minas Tirith» (Udine) n. 2.
Ora in G. Gorlani, Il Segno del Cigno. Sulle tracce dell'ineffabile, Rimini, Il Cerchio, 1999, pp. 23-27.